Quel giorno in cui seppi del cervello umano creato in laboratorio

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Mentre mi trovo ad apparecchiare la tavola pigramente, con la lentezza che si addice alla fine dell’estate e ai pensieri di nuovi inizi, mia madre interrompe il mio distratto fluttuare con una frase che si è distinta dal vociare familiare: “Ma l’hai sentito che hanno ricreato in laboratorio un cervello umano?”. Come rianimata da una inaspettata secchiata d’acqua, chiedo di più. “In che senso? Quale parte? Quando? Come?” “E che ne so, sei tu che studi medicina!”. Con pazienza finisco di allineare le forchette e mi dedico alla cena, rimandando a tempi più opportuni la voglia di ottenere risposte ad una sfilza di domande confuse ed entusiaste.

Apro il PC, finestra sul mondo, e scrivo “cervello-in-laboratorio” su Google. E lì mi perdo. Un gruppo di ricercatori austriaci e tedeschi hanno cominciato la loro magia a partire da cellule staminali sia embrionali che adulte riprogrammate (le Staminali Pluripotenti Indotte, Ips, tecnica premiata con il Nobel lo scorso anno): isolate ed immerse in un’impalcatura gel dove un bioreattore rotante le ha nutrite e dotate dei giusti stimoli, queste cellule hanno formato il neuro-ectoderma, per poi continuare a crescere e a svilupparsi in una struttura tridimensionale per due mesi fino a formare un organoide di 3-4 mm. Bam! Pazzesco. Fino al giorno prima sentendo la parola “organoide” avrei pensato a specie aliene dotate di un improbabile numero di teste. Più leggevo, e più mi stupivo; percepivo nell’aria l’eccezionalità di questa scoperta, mi sembrava di vedere davanti ai miei occhi l’umanità che piantava la sua bandiera orgogliosa in un territorio ancora sconosciuto. E’ l’uomo che arriva sulla luna, è la caduta del muro di Berlino, è il discorso di Matin Luther King. Andiamo alla fonte originaria: come ammaliata da una nonna che mi racconta una storia avventurosa di dame e cavalieri, ecco la pagina di Nature che mi descrive le mirabolanti vicissitudini di questi scienziati. Il cervello 3D ha un grado di sviluppo simile a quello di un feto di nove settimane; si possono osservare strutture come la corteccia, le meningi, il plesso coroideo. Grande assente, l’ippocampo. Leggo che non sarà possibile superare i 4 mm in quanto la struttura, priva di vasi sanguigni, non sarebbe in grado di captare ossigeno e nutrimento per le regioni più interne. I neuroni sono in grado di attivarsi e comunicare fra loro.

Oh cielo, c’è anche il video!
Mentre guardavo incantata, con lo stesso stupore di un bambino davanti all’albero di Natale illuminato, quelle celluline accendersi e spegnersi ad un ritmo tutto loro, pensavo alle infinite possibilità che questo cervello “pea-size” offriva alla ricerca. Il vero obiettivo infatti è quello di imparare come il cervello cresce e si struttura durante lo sviluppo embrionale. E capire quale meccanismo si inceppa in caso di malattie. Era stato impossibile condurre questo tipo di esperimenti su topi di laboratorio a causa delle enormi differenze tra sistema nervoso umano ed animale ma ora cambiano le carte in tavola. Gli scienziati hanno preso cellule della pelle di un individuo colpito da microcefalia (malformazione di origine genetica che dimezza le dimensioni del cervello.) e, con la tecnica Ips le hanno riportate dallo stadio adulto a quello staminale, ma mantenendo il difetto genetico all’origine della malformazione. Sono stati così in grado di iniziare a studiare questa patologia. E l’agenda di questi signori è molto ricca: prevede come prossimi obiettivi lo studio di malattie più complesse, come la schizofrenia e l’autismo. Nuovi orizzonti per la salute pubblica. “E poi ci fermeremo” promette Knoblich, uno dei ricercatori. “Non abbiamo intenzione di creare un cervello in grado di pensare o provare sensazioni”. Chissà che faccia ha l’uomo che ha ricreato il cervello umano, penso tra me e me. Juergen “Staminali” Knoblich è un biochimico tedesco, ha cinquant’anni tondi tondi, un sorriso rassicurante e un elenco di pubblicazioni che batte in lunghezza la mia lista della spesa al ritorno dalle vacanze. E’ il Bono Vox della neurologia, “spacca”. Università di Tubingen, Londra, Harvard, San Francisco, Vienna compaiono sul suo CV come medaglie all’onore. E io sono ancora qui, ferma a Roma, a preparare gli esami. Sospiro. Magari farò anche io grandi cose. Magari invece farò tanto nel mio piccolo.

Una cosa è certa: col nostro mestiere possiamo cambiare davvero le cose, che sia nel mondo o nella nostra città; e questo pensiero ora mi fa trovare la forza di salutarvi, e tornare a studiare.