Cosa diavolo è un Training? (dialogo sopra i massimi sistemi dell’educazione non formale).

Training- OC WorkshopClaudia: “ …si, ma come facciamo a spiegare cos’è un training? Come si spiega l’emozione e l’esperienza? Secondo me è impossibile. O lo provano, o nulla!”

Francesco: “Diciamogli che è bellissimo! Scherzo: partiamo col dire che i training sono processi educativi che ripongono i discepoli al centro, non il maestro; focalizzàti più sui metodi di condivisione e comunicazione che sono perenni, piuttosto che sui contenuti, sempre in divenire.”

C: “Ho solo timore che a parole perda tutto il senso. Non per niente si chiama formazione esperienziale! A quel punto sarebbe giustificabile che il lettore preferisca un opuscoletto sul tema specifico, per esempio la leadership.”

F: ‘Chiaro, quel che dici è verissimo. Una parte delle cose che si possono imparare al mondo forse si possono davvero apprendere solamente dai libri, ma senza dubbio si tratta di una parte limitata del sapere.”

C: “Invece un training da la possibilità attraverso giochi e simulazioni di mettersi alla prova su un argomento specifico, di vivere alcune dinamiche in un ambiente protetto e di poterne discutere immediatamente dopo, facilitati da osservatori esterni.”

F: “Si! Non so esattamente quando il gioco sia stato declassato a metodologia didattica prettamente infantile e sterile, e d’altro canto elevata ad unico metodo realmente rispettabile la lezione frontale del lector accademico. Come minimo si dovrebbe immaginare una didattica composta di vari canali comunicativi, senza scartare la lezione frontale, ma che senza dubbio non può rimanere l’unica.’

C: “Soprattutto nel SISM, dove nessuno sale in catterda! Pensa alle tematiche che come trainer affrontiamo usualmente, che ci servono per migliorare la nostra realtà associativa: communication skills (come sviluppare le proprie strategie comunicative in modo costruttivo), project management (un’appropriata gestione della progettualità), leadership , group dynamics (riconoscere e gestire le dinamiche di gruppo), avoiding burnout (evitare sforzi eccessivi e non finalizzati nelle proprie attività che finiscono per “bruciarci”) e così via ; sono tutti strumenti fondamentali per le attività di Sede Locale, ma non sono temi “medici”. Non essendo professionisti del settore, proclamarci degli esperti sarebbe un po’ ridicolo, no? Ed allo stesso tempo ammazzerebbe la condivisione: chi mai avrebbe il coraggio di dire < < non sono d’accordo>> oppure < >.
Ed è una cosa che ti svuota a lungo andare, non condividere. Ti capita mai di tornare da una giornata all’università e sentirti…non so… incompleto? Come se non avessi vissuto?>>

F: “Baby, sfondi una porta aperta. Non so come facciano alcuni ad andare avanti meccanicamente senza coinvolgersi nelle cose che apprendono. Quanto sono importanti le emozioni nell’apprendimento?”

C: “ E’ possibile che faccia più paura affrontare le emozioni piuttosto che vivere in modo asettico…ma ci stiamo distraendo, France’! A questi poveretti non credo interessino i nostri problemi esistenziali, ma piuttosto motiviamoli a non riproporre queste dinamiche deleterie anche nel SISM. Incentiviamoli a vivere il SISM come palestra di vita!”

F: “Soprattutto bisogna lanciare il messaggio che i training non sono slegati dall’ educazione medica. Ci sono molti aspetti della formazione che potrebbero essere affrontati in modo non formale…”

C: “ La comunicazione con il paziente, la relazione di cura, l’educazione e sensibilizzazione della popolazione…”

F: “E non solo! I diritti umani, la violenza di genere, la salute globale… ma io sono convinto che tutta l’educazione medica potrebbe essere riproposta in modo più interattivo e quindi efficace!
Bisogna fare un’altra riflessione importante, riguardo la formazione dello studente e del cittadino in generale: la forma di apprendimento che ci viene proposta, in effetti, ci plasma e descrive secondo precise caratteristiche. Persone emerse da diversi sistemi di educazione sono davvero diverse: chi più quadrato e chi più creativo a seconda delle corde che son state toccate e della coscienza che sia stata sviluppata. Ritengo che la nostra formazione sia castrante da questo punto di vista: guarda la nostra società, ove il contatto fisico è reso demonio, ove la condivisione è considerata in primo luogo un rischio di tradimento, per i quali poter rimanere feriti. Sembriamo braccati, sulla difensiva, sempre allerta.’

C: “Mi fai pensare a quando mi sono formata come trainer al TNT…mi ha davvero cambiata, mi ha dato fiducia nelle relazioni umane in soli tre giorni di condivisione e di training.”

F: “Se ti avessero vista prima e dopo, vero? Assurdo. Chi mi conosce sa quanto diavolo mi abbia dato fare training, quanto sia cambiato. Ti accende un fuoco che ti da la spinta nelle tenebre. Se non hai partecipato, organizzato, fatto o vissuto un training non ti puoi rendere conto di quanto perdi, di quante tue potenzialità reprimi. ”

C: “Dovrebbe essere un’esperienza di tutti, anche se ovviamente non possiamo costringere le persone. Questo forse è uno dei punti deboli e forti allo stesso tempo dell’educazione non formale, il fatto che sia su base consapevole e volontaria, altrimenti non funziona. Dovremmo impegnarci tanto per renderla allettante anche agli scettici.”

F: “Beh, potremo cominciare con un articolo su ZONA SISMICA. Che te ne pare?”

C: “E se… madò non mi prendere per pazza… e se fosse questa chiacchierata (magari togliendo le tue parolacce e i miei sproloqui)?”

F: “Top. Space. ;)”

di Francesco Fasano e Claudia Chiurlia