Forse ho fatto una ca…ta …

POLAND“Forse ho fatto una ca…ta”: questa frase mi venne in mente cenando (alle 5 del pomeriggio) al ristorante Dawne smaki, a Varsavia(Warszawa); ero a 2 ore di aereo da casa, in mezzo a perfetti sconosciuti provenienti da tutto il mondo con i quali avrei dovuto condividere un mese della mia esistenza.
Nella mia mente si prospettava un futuro incerto, un’esperienza che se prima della partenza mi aveva entusiasmato (passai la maggior parte della mia ultima notte Italiana insonne), adesso mi spaventava.

Ero arrivato la mattina del 3 agosto 2013, a mezzogiorno: in aeroporto era venuta a prendermi la mia contact person, Kasia, assieme a suo fratello: una volta sbrigate alcune pratiche necessarie (tessera del trasporto pubblico, e così via dicendo) e lasciati i bagagli al dormitorio ci eravamo recati presso il fiume Vistola, dove il resto del gruppo era in procinto di salire su un battello per una (alquanto noiosa) “gita” di un’ora e mezza sul fiume. Arrivato lì vidi i miei compagni di viaggio: oltre a noi italiani vi era chi proveniva dal Portogallo, chi dal Marocco, chi da Taiwan, chi dalla Tunisia, dal Libano, dalla Spagna, ecc, tante persone, tante culture che ero ansioso di conoscere; ero l’ultimo arrivato, come sarei entrato in contatto con loro? Come avrei convissuto in pace ed armonia con perfetti sconosciuti per un mese?
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Ancora non sapevo le bellissime esperienze che avrei passato in ospedale ed assieme ai miei amici: è veramente difficile riassumere in poche righe le emozioni provate in un mese intero, allegria, soddisfazione, felicità, tristezza, in un mese di trentuno giorni, settecentoquarantaquattro ore, quarantaquattromilaseicentoquaranta secondi, un tempo che non mi è mai sembrato così corto.
L’esperienza in ospedale è stata fantastica: iniziò tutto un po’ in sordina, un po’ per la naturale diffidenza dei medici (in Polonia come in Italia) verso noi studentelli e un po’ per la barriera della lingua, rapidamente superata (jestem Włochem i również Polakiem, pravda! – ovvero: sono italiano e anche polacco, verità!).
Certamente vi sono stati anche lati negativi, l’organizzazione del tirocinio purtroppo non è stata delle migliori (una responsabilità da non imputare all’IFMSA-Poland ma all’ambiente ospedaliero): come prima opzione di tirocinio avevo infatti scelto Neurologia, reparto che mi venne assegnato otto mesi prima della partenza (la conferma era arrivata tramite il sito dell’IFMSA) per poi scoprire una volta atterrato che tutte le cliniche erano state rifiutate; finii così in ortopedia, la mia seconda scelta, presso l’ospedale ortopedico bambin Gesù, dove venni accolto dal mio fantastico ma un po’ scocciato tutor, il dottor Szostakowski (scoprii dopo che quello che mi era sembrato fastidio nei miei confronti era in realtà dovuto al fatto che nessuno lo aveva avvertito che in un mese avrebbe dovuto fare da “balia” a due studenti, un Italiano ed un Egiziano…)

La mia giornata tipo in ospedale iniziava alle ore 9.00 con un ritrovo nella saletta medici dell’ospedale: a quell’ora infatti erano già stati assegnate le varie operazioni da svolgere nella mattinata ed io e il mio collega Bӓrahim giungevamo in loco “appena in tempo”. La maggior parte delle operazioni si concludevano per l’orario di pranzo o nel primo pomeriggio: mi capitò solo una volta di rimanere in ospedale fino alle 17.00 ma fu per una mia scelta personale (l’operazione era molto interessante), il mio tutor e gli altri medici che ci seguivano erano stati chiari fin da subito dicendoci “come prima cosa godetevi la vostra permanenza!”

Colgo qui l’occasione per fare i miei più sentiti complimenti all’IFMSA-Poland: dopo la mattinata in ospedale durante i vari pomeriggi erano organizzate molteplici attività, certamente non obbligatorie ma molto invitanti per coloro che erano curiosi di conoscere la città; nei vari pomeriggi abbiamo visitato il il palazzo della Cultura e della Scienza/ Pałac kultury i nauki, simbolo della città, il centro storico (abbiamo assistito a due diverse visite guidate, una incentrata sul passato “sovietico” della città e l’altra maggiormente incentrata sulla storia della città), il museo sull’insurrezione del 1944 (purtroppo da me non visto ma giustifica un mio ritorno in terra Polacca!), lo stadio costruito per i Mondiali, e tante altre cose ancora.
Dopo un pomeriggio per la città facevamo ritorno al dormitorio, dove dopo una rapida cena ivi consumata o dal vicino venditore di Kebab (i kebab più buoni di tutta Varsavia…) uscivamo per goderci la vita notturna della capitale Polacca: non voglio dire a che ora generalmente tornavamo al dormitorio o quante ore dormivamo per notte (poche), vorrei solo citare Luca, uno dei quattro rappresentanti dello Stivale, oltre al sottoscritto, il quale una sera sonnecchiando su un autobus mi disse “ma lo sanno i Polacchi che la deprivazione di sonno è riconosciuta come tortura?”
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I nostri amici Polacchi organizzarono (saggiamente) la campagna scambi non concentrandosi a livello locale ma “pensando in grande”, tramite il bel progetto: i fine settimana noi studenti provenienti dalle varie sedi Polacche ci recavamo in una città prestabilita (per noi fu una volta Danzica/ Gdànsk ed una Cracovia/ Krakòw), dove poter visitare la città; questa è stata un ulteriore occasione di incontro con studenti stranieri ed altri Italiani.
Molti ritengono (a mio avviso sbagliando) che in questi scambi svolga un ruolo di maggiore importanza il fattore medicina: si va in un paese straniero per imparare più medicina pratica, questo in parte è vero, ma ritengo non sia la cosa più importante. Uno scambio di un mese di questa maniera ti permette di interagire con diverse persone da tutto il mondo, con i quali sei accomunato da una lingua(l’inglese) e da un medesimo obiettivo nella vita: fare il medico. Questa esperienza è per molti aspetti unica nel suo genere: non capita tutti i giorni infatti di discutere in treno (direzione Danzica) di orticaria assieme ad una studentessa Croata, non capita neanche tutti i giorni di provare a spiegare ad un ragazzo di Taiwan l’orrore della Shoah sull’autobus di ritorno da Auschwitz a Cracovia, e tante altre cose ancora.

La fortuna ha voluto che nel dormitorio universitario (sito in via Karolkowa, n°84) dormissero anche degli studenti di Farmacia, partecipanti al programma di scambio “SEP”: un ulteriore occasione di incontro di culture, persone, sensibilità diverse, di cui conservo un bellissimo ricordo (non capita tutti i giorni di ricevere in omaggio da due ragazzi egiziani un piccolo papiro con dietro scritto “Greetings from Omar & Fahim to the most friendly italian person we have ever met!!)

L’aspetto peggiore di questo scambio è stato uno solo: il ritorno in Italia. Ho convissuto per un mese intero con persone di cultura e sensibilità diverse dalle mie, accomunato ad esse dagli stessi studi, affrontati con sfaccettature diverse ma con il medesimo obiettivo: fare del bene al prossimo. Sono passato in ventiquattr’ore dalla frenesia della mia vita Polacca alla routine quotidiana di studio per gli esami di settembre: mi ci è voluto un po’ per accettare questo, non a caso scrivo di un’esperienza di cinque mesi fa solo adesso.

Concludo lasciandovi una foto, scattata al dormitorio, da molti commentata con una frase che bene riassume il legame di amicizia ed affetto che si è creato: Come una famiglia.
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di Federico Tagliazucchi