Ice Bucket Challange e altri fenomeni virali: eventi che aiutano (o almeno dovrebbero) la ricerca.

Doing_the_ALS_Ice_Bucket_Challenge_(14927191426)In queste ultime settimane chi abbia avuto una tv, una connessione ad internet, un giornale, o altro ancora, non può non aver sentito parlare del fenomeno che per ora spopola fra celebrità e non solo: l’Ice Bucket Challange.
Facciamo una premessa però, questo articolo non sarà un articolo pro/contro questo fenomeno, nè l’ennesimo articolo in cui si parla di ciò in cui consiste questa sfida.
Ciò nonostante, non possiamo comunque non scrivere due parole a riguardo prima di analizzare altri aspetti.

L’Ice Bucket Challange ha origini incerte e molte teorie alle spalle, la più accreditata dice che il via a tutto questo lo abbia dato Pete Frates, ex atleta del Boston College malato di SLA (Sindome Laterale Amiotrofica o Morbo di Lou Gehrig), che ,richiamando il gesto della “secchiata” di ghiaccio addosso diffusa negli spogliatoi, avrebbe lanciato questa sfida a degli amici, diventando nel giro di pochissimi giorni l’evento di giganti proporzioni che noi conosciamo.
In sostanza si tratta di buttarsi un secchio di acqua ghiacciata e donare a favore della ricerca per la cura della SLA. Molti hanno ipotizzato sulla connessione fra le due cose (è perchè i malati di SLA perdono la sensibilità al freddo, è perchè l’effetto dell’acqua ghiacciata ti fa sembrare malato di SLA, ecc) ma non sembrerebbe esserci un effettivo collegamento soprattutto perchè il gesto dell’acqua ghiacciata associato ad una donazione in beneficienza era una cosa già vista diverse volte (anche se non con questa entità).

Effettivamente, un po’ per moda, un po’ per pubblicità, un po’ per reale interesse, le donazioni sia in America, che in Italia, che nel resto del mondo sono davvero lievitate.
Secondo i recenti dati dell’Asl Association (l’associazione americana a cui destinare le donazioni) quest’anno, fra luglio e agosto, sono stati raccolti ben 70 milioni contro i 2,5 raccolti l’anno scorso nello stesso periodo. Anche la Aisla (la fondazione a cui devolvere nel panorama italiano) sostiene di aver raccolto donazioni intorno ai 200 mila euro.
Sicuramente queste cifre, sopratutto in rapporto al passato, sono da capogiro, ma per quanto un fatto oggettivamente positivo, dovrebbero sorgerci delle domande.
E le domande sono tante.
Prima fra tutte, nonostante le ingenti cifre raccolte, questi numeri non sembrano poi così elevati, anzi sembrano quasi riduttivi se rapportati all’elevatissimo numero di persone famose e comuni che hanno raccolto e rilanciato la sfida.
movemberLa domanda infatti è: quanti dei partecipanti hanno effettivamente donato?
Ancor prima di dare la risposta a questo quesito, spontaneamente ne sorgono altri, per esempio: Quanti lo fanno per reale interesse? Quanti sono consapevoli quale sia il fine della sfida? Quanti, da ignoranti in materia, abbiano sentito la necessità se non di donare, quantomeno di informarsi un minimo su cosa fosse la SLA?!
Queste parole non sono finalizzate a criticare o disprezzare coloro i quali lo fanno per “seguire una moda”, ma per fare il punto della situazione sulla utilità di questi fenomeni e la loro riuscita rispetto agli obiettivi prefissati.
Nell’era dei social, i viral events come questo, sono sicuramente delle armi a doppio taglio, ma non per questo non vanno sfruttati, l’importante è che, prima di far partire qualcosa di simile si pensi a come congeniarlo al meglio.
Sicuramente, nonostante questo fenomeno (come tutti i virali) si spegnerà velocemente, è stata raccolta una quantità di fondi tale da dare una buona spinta alla ricerca. Ma i fondi prima o poi si esauriranno, e allora cosa resterà di questo “interesse” della società per queste tematiche? Un ricordo blando e sbiadito.
14791163459_1256dafb4b_zNon è forse meglio accompagnare alla donazione anche la “sfida” dell’informazione riguardo la patologia, facendo in modo che possa dar vita ad un interesse reale e duraturo nella popolazione nei confronti del tema?
Oggettivamente, chiedendo alle persone che mi circondano e che hanno partecipato alla sfida cosa sapessero della SLA e perchè stessero facendo questo gesto, circa 1 persona su 7 sapeva appena cosa fosse la SLA, e il numero di persone che avevano donato era anche inferiore.
Questo è, purtroppo, lo specchio della società in cui viviamo.
La riflessione che viene allora immediata è: non sarebbe stato più utile strutturare la sfida meglio? E non era neanche difficile, bastava che ai partecipanti si chiedesse di condividere a voce una informazione sulla patologia prima della secchiata di acqua ghiacciata. Già questo, soprattutto anche grazie alle celebrità, avrebbe generato un tam tam di informazioni così ripetute e dette e ridette, che qualcosa inevitabilemente sarebbe rimasta non solo a chi partecipava (e doveva informarsi) ma anche a chi guardava i video anche solo per sorridere.

Ad ogni modo questa dell’Ice bucket è un ennesimo fenomeno virale (riuscito) che si posiziona a metà fra eventi di sensibilizzazione virali ultra riusciti e altri totalmente fraintesi.

L’emblema del fenomeno virale che si ripropone ogni anno da 13 anni e che è davvero ben strutturato è il Movember.
Anche di questo fenomeno probabilmente ne avrete sentito parlare, coinvolge tutti gli uomini dall’età puberale in su che devono farsi crescere un bel paio di appariscenti baffi durante tutto il mese di novembre, postando anche delle foto sui social per mostrare i loro avanzamenti e spronare a donare.
Questo fenomeno ogni anni raccoglie migliaia e migliaia di dollari da tutto il mondo che vanno devoluti alla fondazione “Movember” che si occupa di sostenere progetti di ricerca per la lotta al tumore del testicolo.
Così come per l’Ice Bucket, durante il mese di novembre è forte il senso di coesione fra i partecipanti e sempre nuove leve vengono coinvolte da altri solleticate dall’idea di potersi dare un look differente per quel mese.
Perchè è meglio riuscito e più duraturo dell’Ice Bucket? Perchè è stato organizzato in maniera sistemica in modo tale da instillare a chi sta di fronte (fisicamente o virtualmente) ai partecipanti una semplice e innocente domanda, che è anche la più fondamentale per fare informazione: “Perchè quei baffi?”
cockinasockChiaramente in questo modo viene servito su un piatto d’argento spontaneamente ai partecipanti l’occasione di raccontare a cosa sta partecipando, dell’importanza di questo “MO-vimento” e di coinvolgere altri.
Ma per fare tutto ciò in maniera convincente è necessario che il partecipante si informi su cosa sta facendo in modo da saper dare una risposta esauriente.
La “falla” dell’Ice Bucket sta proprio in questo, sta nel fatto che non porta le persone a chiedersi “perchè lo faccio” ma semplicemente a dire “figo lo faccio pure io”. L’unica spiegazione che può esserci è quella spontanea (ma quasi mai presente) che può dare il partecipante prima della secchiata.
E la dimostrazione del fatto che non sia ben chiaro perchè lo facciamo è proprio nel fatto che non sappiamo effettivamente bene neanche la sua origine!!!
Ecco perchè il Movember è più “completo” come fenomeno virale, perchè ti innesta dentro una domanda tanto semplice quanto importante.

Al contrario, un evento virale totalmente travisato, è stata la campagna sempre per la raccolta fondi per il cancro dei genitali maschili che prevedeva l’utilizzo sui social dell’hashtag #cockinasock e il postare una foto di sè stessi nudi con un calzino sul pene (da qui l’hashtag, ossia la parola preceduta dal cancelletto) associata alla foto dell’sms di ricevuta dell’avvenuta donazione che era stata effettuata da ognuno.
Ma anche qui, l’idea ha avuto una esplosione di popolarità tale per cui nel corso della diffusione si è repentinamente perso il senso dell’iniziativa. Infatti postando una semplice foto (per lo più su Instagram, social network finalizzato alla condivisione di foto) spesso non veniva spiegato a chi donare o per cosa donare.
Ciò ha portato nel giro di poco più di un mese dal passare dalle foto fatte in maniera giusta come sopra descritte, a foto di uomini nudi col “calzino” senza uno straccio di ricevuta, fino ad arrivare all’abuso dell’hastag da parte degli utenti Instagram spesso associato a profili un po’ troppo spinti o come ennesimo hastag per la comunità gay più esibizionista.
E tutto ciò, inutile dirlo, non è stato accompagnato da un continuo afflusso di donazioni.
E’ stato registrato infatti che, nonostante l’hastag sia stato usato e abusato per mesi e mesi sui social, le donazioni sono effettivamente scese vertiginosamente subito dopo due-tre mesi dalla creazione dell’hastag.

ImmagineInsomma, tutti questi esempi lasciano forse più interrogativi che altro, e la loro utilità, se non dubbia, è sicuramente limitata nel tempo.
L’obiettivo sarebbe quindi o trasformare l’evento da virale a iniziativa stabile (proprio come il Movember) o quantomeno pensarlo in modo tale da lasciare un effetto duraturo come per esempio la memorizzazione di nozioni da parte della popolazione.

Spesso e volentieri però questi fenomeni hanno successi repentini e imprevisti per cui non sempre si possono calcolare al meglio gli effetti.
E allora forse basterebbe fare una semplice cosa, che ogni persona coinvolta possa effettivamente analizzare il virale e capire come renderlo più utile, quantomeno nei casi in cui dietro c’è una causa importante e complicata da sostenere.

Perciò che altro dire?
Noi nominiamo il nostro Presidente Nazionale in carica a tirarsi un secchio di acqua ghiacciata in testa dando l’esempio di come sia possibile migliorare un virale aggiungendo una semplice informazione sulla SLA prima della secchiata!

di Paolo Miccichè