Mutilazioni Genitali Femminili – The Cutting Tradition

“Mi chiamo Rasha e sono stata circoncisa quando avevo 7 anni”
“Mi chiamo Musha e sono stata circoncisa quando avevo 11 anni”

Questo è l’incipit del film “The Cutting Tradition”,rosa prodotto da Safe Hands for Mother e da F.I.G.O. ( International Federation of Gynecology and Obstetrics), che, osservando da vicino piccoli ma importanti stralci di vita quotidiana delle donne e bambine protagoniste, ha cercato di far comprendere il fenomeno delle Mutilazioni Genitali Femminili. La pratica è ampiamente diffusa in Africa: in 7 Stati (Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone e Somalia) e nel Nord del Sudan il fenomeno tocca, praticamente, l’intera popolazione femminile; in altri 4 paesi (Burkina Faso, Etiopia, Gambia, Mauritania) ne interessa la maggioranza; in altri 5 (Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Kenya e Liberia) il tasso medio di diffusione  è stimato intorno il 30/40%, mentre nei restanti 12 paesi africani la diffusione varia dallo 0,6 al 28,2%.

In alcuni luoghi le pratiche di circoncisione genitale femminile, considerate necessarie in quanto garanzia dell’integrità morale della persona, hanno un valore simbolico. Sono considerate infatti dei veri e propri riti di passaggio dalla giovinezza all’età adulta a cui le donne (sempre più spesso bambine) sono costrette ad essere sottoposte per essere accettate dalla società, non solo dagli uomini che ne fanno parte, ma paradossalmente anche dalle donne adulte che hanno subito tale pratica estremamente dolorosa.In altri Paesi si pensa addirittura che le MFG possano preservare le mogli dall’adulterio, frenando gli istinti sessuali: il clitoride rappresenterebbe infatti la porzione satanica, diabolica della donna, da eliminare fisicamente, cosicché la sposa rimanga sempre fedele, al fianco del proprio uomo senza che possa sentire la necessità di andare alla ricerca di un altro.
Altre volte assumono un significato religioso, anche se negli ultimi anni c’è da registrare al riguardo le prese di posizione di istituzioni religiose, come l’Imam etiope o il Grand Mufti egiziano, il più alto ufficiale della legge religiosa islamica di un paese musulmano, che considerano le MFG un’antichissima tradizione, precedente alla venuta del profeta Maometto. Secondo il Corano e la Sunna, la pratica non dovrebbe essere abolita, ma non si dovrebbe nemmeno trattare di una mutilazione, piuttosto di un vero e proprio rito che consisterebbe nello “spuntare” il clitoride. La rimozione delle labbra e la cucitura della vagina sarebbe da considerarsi peccato.
Nonostante tutto, spesso, la figura religiosa di riferimento della singola comunità risulta avere maggiore influenza, favorendo il perpetuarsi della tradizione; in altri contesti, invece, l’usanza è talmente radicata che prescinde dai dettami delle istituzioni religiose.

Come abbiamo già visto, ciò che maggiormente colpisce è il fatto che a perpetuare la pratica siano delle donne: non si tratta solo delle madri che decidono di far sottoporre le figlie ad infibulazione, ma soprattutto delle così dette “Escissore”, che di questa pratica ne hanno fatto il loro mestiere, ricevendone in cambio un compenso. L’operazione si svolge senza le giuste precauzioni mediche, mediante l’uso di lamette da rasoio, spine, senza l’uso di anestesia, in condizioni ambientali che favoriscono la diffusione di infezioni e del HIV. In base alla tradizione, alla credenza religiosa e alla regione geografica, le Escissore effettuano diversi tipi di MGF, che dall’OMS vengono distinte in:varie mutilazioni

  • Circoncisione(o infibulazione al-sunna): asportazione della punta della clitoride, con fuoriuscita di sette gocce di sangue simboliche;
  • Escissione del clitoride : asportazione della clitoride e taglio totale o parziale delle piccole labbra;
  • Infibulazione : asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di parte delle grandi labbra vaginali con cauterizzazione, cui segue la cucitura della vulva, lasciando aperto solo un foro per permettere la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale;
  • Il quarto gruppo comprende una serie di interventi di varia natura sui genitali femminili.

Le bambine che sono state infibulate non possono camminare per giorni, hanno cospicue perdite di sangue dalle ferite e la zona operata rimane dolorante. Al momento della procreazione il travaglio del parto ha una durata maggiore e aumentano le percentuali delle emorragie post-partum e delle morti neonatali. Le ripercussioni non sono solo a livello ostetrico-ginecologico, ma anche a livello psicologico: aumenta infatti il senso di inferiorità, di paura e il numero di patologie psichiatriche e psico-somatiche.

Le caratteristiche del fenomeno e le ripercussioni sulla salute della persona hanno spinto non solo l’OMS, ma anche i governi dei Paesi FGM_prevalence_UNICEF_2013.svgprincipalmente interessati, ad adottare misure mirate al ridimensionamento della pratica.In Egitto, ad esempio, il medico egiziano Reslan Fadl è la prima persona nella storia del Paese a essere stata incarcerata per aver praticato mutilazioni genitali femminili. La giurisprudenza dei Paesi interessati quindi non sembrerebbe essere indifferente a queste abominevoli pratiche: ben 18 Stati sui 28 menzionati precedentemente hanno approvato una Legge che sanziona le MGF, offrendo una mano d’aiuto a coloro i quali si battono per l’abolizione di una tradizione crudele e foriera soltanto di dolore, fisico e spirituale, e che non vede in nessuna delle sue accezioni risvolti positivi per il soggetto coinvolto, che invero, andrebbe più precisamente definito “vittima”. I Paesi che non hanno assecondato l’onda del cambiamento sono i seguenti: Mali, Sierra Leone, Sudan, Gambia, Liberia, Costa D’Avorio, Guinea Bissau, Repubblica Centrafricana, Camerun e Uganda, quasi tutti situati nella regione orientale del continente africano.
Non pochi sono gli sforzi della Cooperazione Internazionale per eradicare questa disumana tradizione. Esempi lampanti dell’impegno da parte degli Stati africani e non, nella risoluzione del problema, sono la “Conferenza del Cairo per l’eliminazione delle MGF” tenutasi nella capitale egiziana nel 2003 e l’istituzione di un fondo Unicef destinato alle vittime di questa barbarie.Sulla scorta di questa rivoluzione, è stato approvato a Maputo (Mozambico) a seguito della Conferenza, sempre durante il 2003, il “Protocollo sui diritti delle donne africane”, il quale documento cita specificatamente le MFG, condannandole come “gravemente lesive per donne e bambine”.

In Europa pratiche di tal genere sono fortunatamente un terribile ricordo del passato, chiuso nell’oscuro dimenticatoio della coscienza storica e per questo non molto noto ai più. Eppure, anche nei Paesi dell’EU, il problema si pone eccome, soprattutto in quei Paesi che ogni anno accolgono nutriti flussi migratori, provenienti specialmente dai Paesi africani. La posizione dell’EU nei confronti di questa grave questione è ben chiara: le MGF devono assolutamente vedere la fine dei propri giorni, ma pare che non siano mai stati presi provvedimenti legislativi che mirino specificatamente al problema. Tuttavia il Parlamento Europeo esorta i Paesi dell’Unione a promuovere leggi che all’interno dei propri confini vietino le MGF, con gravi conseguenze penali per i trasgressori. Invito accolto prontamente dall’Italia: nel nostro Paese è in vigore una legge, ossia la “Legge 9 gennaio 2006, n. 7” che vieta severamente la pratica delle MGF, considerandole un grave reato (anche se purtroppo, per eludere la legge del Paese d’adozione, molti genitori mandano in vacanza le figlie nel Paese d’origine con lo scopo di poter praticare liberamente ogni sorta di mutilazione, che la giovane donna sia volente o, più presumibilmente, nolente). L’Italia è inoltre impegnata attivamente per contrastare lo scempio delle mutilazioni a scopo non terapeutico: è infatti in prima linea nei progetti di Cooperazione Internazionale che si concentrano sulla questione, istituendo fondi dedicati e promuovendo campagne e conferenze soprattutto nei Paesi coinvolti.

Un fenomeno come questo ci appare così lontano da noi, dalla nostra realtà, dalla nostra quotidianità, dalla nostra cultura “moderna” e dalle nostre tradizioni, tanto che spesso tendiamo a sottovalutarlo. Tutto ciò crea un vortice di disinformazione dal quale è necessario portarsi fuori. Perché? Semplicemente per il fatto che non è un fenomeno così lontano come crediamo. Sono stati molteplici i casi di mutilazioni registrati in Italia e in generale in Occidente, specie in paesi quali Inghilterra, Francia, Norvegia, Svezia ma anche Stati Uniti,Canada, Australia e Nuova Zelanda, dove sono numerose le comunità di migranti che portano con sé un bagaglio culturale nuovo con il quale non possiamo fare a meno di confrontarci ogni giorno, mettendo in risalto le criticità che esso contiene.
Ogni medico ha dunque il dovere di informarsi su una pratica che ha conseguenze gravi dal punto di vista della salute del soggetto che vi si sottopone, in quanto può trovarsi di fronte a casi di giovani donne che chiedono di essere sottoposte a infibulazione o a mutilazioni parziali di diverso tipo, e deve essere in possesso di tutte le informazioni del caso per poter prendere una decisione tale da poter garantire la salute della sua paziente. Ma quando si parla di salute pensiamo, come ci è stato insegnato, alla salute in tutte in tutte le sue componenti: fisica, psicologica e sociale. Sulla base di questa considerazione, è giusto pensare che ogni medico sia a conoscenza delle motivazioni socio-culturali , spirituali e religiose che sono nascoste dietro a tale pratica, e che variano da paese a paese, da regione a regione. All’interno delle comunità di immigrati è invece diventato quasi un fenomeno di rigetto della cultura occidentale, col fine di mantenere integre le proprie origini, e che si scontra, naturalmente, con la resistenza delle ragazze immigrate, immerse in una cultura occidentale con una concezione del tutto diversa della sessualità, del ruolo sociale della donna e dei suoi diritti.

Ogni qual volta un medico si trovi in presenza di una richiesta di mutilazione da parte di una giovane donna deve quindi fare una riflessione profonda sulle implicazioni che questa richiesta ha sulla salute della sua paziente. È’ possibile, infatti, che la donna possa cercare un’altra via per sottoporsi a mutilazione, spinta da quelle motivazioni socio-culturali che abbiamo pocanzi elencato, e che possa quindi rivolgersi per esempio alle cosiddette “escissore”, mettendo in pericolo la loro stessa incolumità, oltre al fatto che una risposta negativa da parte del medico potrebbe comportare l’espulsione del soggetto dalla comunità o addirittura dalla famiglia, ma nello stesso tempo gli consentirebbe di salvare la propria paziente dalle terribili conseguenze fisiche e psicologiche che questa pratica comporta. Quello che è possibile fare e che si sta facendo, soprattutto grazie al contributo di moltissime associazioni umanitarie che si interessano alle MGF, è quello di combattere le credenze popolari in termini di mutilazioni sradicando il fenomeno dalla base. È stato accertato, infatti, che il fenomeno è tanto più diffuso quanto è minore il grado d’istruzione, il che significa che è possibile opporre resistenza a questa pratica per mezzo dell’informazione e dell’istruzione. Ancora un volta la parola si attesta come la principale arma di cui possiamo usufruire e nello stesso tempo la miglior cura di cui ci possiamo avvalere.

L’estinzione definitiva delle pratiche di mutilazione genitale femminile a scopo non terapeutico sarebbe una conquista per l’umanità intera. Se ciò accadesse, in un’unica manovra ben tre tra gli Obiettivi del Millennio verrebbero realizzati: Obiettivo 3, che si focalizza sulla promozione della parità dei sessi e dell’empowerment femminile; Obiettivo 4, che si preoccupa della riduzione della mortalità infantile; Obiettivo 5, che si concentra sul miglioramento della salute moderna.

Noemi Streva
Stefania Panebianco
Martina Manoli