DOPO LA TEMPESTA
09 Sep 2015

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DOPO LA TEMPESTA

Tutto è iniziato una sera, in uno spogliatoio, dopo un normalissimo allenamento di pallavolo, uno come tanti, come gli innumerevoli della mia vita. Durante un esercizio, forse a causa di un movimento sbagliato, pensavo, ho avvertito un dolore acuto sotto l’ascella destra, e, una volta sotto la doccia, mi accorgo della presenza di una pallina.
Mi rivesto in fretta e torno a casa, dove ne parlo col mio ragazzo che subito mi tranquillizza ipotizzando che potrebbe trattarsi di qualsiasi cosa, come un foruncolo, o un morso di un insetto, e, stupidamente, lascio che i brutti pensieri abbandonino la mia mente e mi addormento tra le sue braccia.
I giorni passano e il dolore non si fa più sentire, quasi mi scordo di quella faccenda, ma piano piano mi accorgo che la palla continua a crescere e decido di vedere il mio medico di famiglia che, per sicurezza, mi consiglia di approfondirne la natura con un’ecografia. Avevo 30 anni quando quel giorno arrivò, quando l’ecografista, una persona dotata di tatto e di moltissima umanità e con la quale ho mantenuto successivamente un ottimo rapporto, mi disse che era evidente un nodulo al seno di 6 centimetri di diametro e che la mia famosa pallina non era altro che un linfonodo ingrossato. Mi disse di non preoccuparmi ancora, che la semplice ecografia non poteva dirci se la massa era maligna o meno, e di attendere i risultati della biopsia, che feci qualche giorno dopo.
E’ inutile dire che avrei preferito fare altre cento ecografie, analisi del sangue, non solo per ciò che poteva dirmi l’esito e il motivo per cui lo stavo facendo, ma soprattutto perché fu davvero un esame invasivo, vidi l’ago, ebbi una cospicua perdita di sangue, io che non sopporto la vista nemmeno del sangue che esce da un taglietto, ma mi sforzai di non sentirmi male, di non svenire, di sperare mentre ero sdraiata lì. Le mie speranze furono vane. Si trattava di un tumore maligno.
Non scorderò mai il dolore provato nel dire tutto questo ai miei genitori, soprattutto a mia madre, a cui lo stesso male ha portato via una sorella, e il dolore visto nei loro occhi per ciò che stava accadendo, non scorderò mai il senso di colpa per aver coinvolto il mio compagno, col quale convivevo ormai da tre anni, dopo anni di relazione. Era l’amore della mia vita e non avrei mai voluto dirgli un giorno “sai, tutto ciò che abbiamo costruito insieme, i nostri sogni, la voglia di avere figli, di invecchiare insieme e di amarci fino all’ultimo respiro, sono andati in fumo perché io sono malata”. Lui mi è sempre rimasto vicino, come mia madre, i miei amici, le mie compagne di squadra, e soprattutto per tutti loro mi sono aggrappata alla vita, all’amore, e ho capito che non avrei mai dovuto lasciarmi prendere dal panico e dal terrore per l’idea che stavo per morire. Dovevo darmi un’opportunità, dovevo credere di poter continuare a vivere, dovevo lottare.
Le visite specialistiche continuarono, e entrai in quel reparto che fa paura a tutti, oncologia. Conobbi la mia oncologa, che, riuscì a mettermi a mio agio fin da subito, e, seppur con grandissima umanità e comprensione, mi mise di fronte alla dura realtà dei fatti: non potevo essere operata subito, ma si doveva prima ridurre la dimensione del tumore, e affinché ciò potesse avvenire, avrei dovuto effettuare delle sedute di chemioterapia.
Fu così che tutto ebbe inizio: conobbi gli infermieri, che divennero dei confidenti e delle figure con cui sdrammatizzare nonostante il luogo, nonostante il motivo per cui fossi lì, nonostante chemio dopo chemio andasse sempre peggio. Le nausee erano fortissime, arrivavo per fino a vomitare, e i giorni successivi non potevo far altro che riposarmi, stare a letto, avevo dolori fortissimi alle gambe, per non parlare dei crampi allo stomaco. Era tutto troppo doloroso, e nonostante cercassi di mantenere il sorriso sulle mie labbra quando ero con gli altri, a casa soprattutto, i momenti di sconforto mi assalivano, mi chiedevo perché fosse capitato proprio a me e a coloro che mi erano accanto. Mi chiedevo se valesse davvero la pena di vivere in quel modo. Avevo dovuto rinunciare allo sport che amavo, al mio lavoro, spesso dovevo pure rinunciare alle uscite con gli amici o ad andare fuori col mio compagno.
Ma l’aspetto peggiore doveva ancora arrivare. All’inizio della chemioterapia avevo ancora tutti i miei foltissimi, lunghissimi, nerissimi capelli, dei quali andavo di tanto in tanto lamentandomi poiché erano davvero troppi, durante l’estate mi portavano caldo e erano ingestibili anche quando facevo la coda, ritrovandomi sempre con qualche ciuffo davanti gli occhi durante l’allenamento. Il perderli tutti è stato davvero troppo. Non mi sentivo più femminile, non mi sentivo più attraente, non mi sentivo più padrona del mio carpo, contando anche gli effetti del cortisone. Quello è stato il momento peggiore, sentivo la vita sfuggirmi via, nonostante la mia volontà, sentivo di non poter far nulla per poter sopravvivere.
Dopo i cicli di chemio, feci di nuovo tutto l’iter per poter scoprire se la terapia ha fatto effetto o meno, se il mio tumore fosse diventato più piccolo o no. I giorni che mi separavano dal risultato sono stati isterici, ricchi di nervosismo, di paura. E se si fosse ingrandito? E se ci fossero anche delle metastasi? Tutto questo è stato davvero inutile? Ho sofferto per niente? Dovevo davvero dire addio a tutti e rassegnarmi? La risposta è stata un sonoro no. Il diametro si era più che dimezzato, si era ridotto anche il volume del linfonodo e io, a quella notizia, non avevo potuto far altro che piangere di gioia.
Il giorno dell’intervento arrivò in fretta. Mi avevano detto che avrebbero fatto solo una quadrectomia e svuotamento ascellare, quindi avrei comunque avuto il mio seno, non LA CICATRICE sul mio petto, anche se più piccolo, ma sempre il mio. Dopo l’intervento di nuovo la chemio per altri tre mesi, i capelli non continuavano a non crescere, mi sentivo malissimo, ma io, su quel lettino, ero euforica, stavo lottando ancora, e volevo vincere, volevo andare avanti con la mia vita.
Finì anche il secondo ciclo di chemio e feci la TAC. Era andato via. Era stato tolto tutto. Sono viva.
Tutto ciò che vi ho raccontato riassume molto brevemente due anni, terribili, della mia vita. Solo ora a distanza di tempo, posso riprendere a respirare; so che ancora non sono fuori pericolo, e che dovrò continuare a sottopormi a tantissimi esami per poter monitorare la mia situazione, ma per ora, posso dire di essere viva e sperare che il mio tumore non si faccia più vivo.
Se ho lottato è stato solo grazie alle persone che mi hanno accompagnata, che hanno condiviso con me il dolore e la paura, togliendone in parte il peso dalla mia schiena per metterlo sulla loro. Ho conosciuto anche tante “teste pelate” come me, che mi hanno insegnato il coraggio. Ho conosciuto medici e infermieri verso i quali sarò sempre infinitamente grata.
So di essere stata fortunata, molte donne non possono dire di aver lottato e vinto, e, nonostante i capelli siano ricresciuti più forti di prima, so anche che non sarò più la ragazza di una volta, e non solo perché il seno destro più piccolo del sinistro, una cicatrice che lo attraversa e un’ascella svuotata di fronte lo specchio me lo ricordino giornalmente. Ho provato la paura di perdere tutto, ed oggi le cose di sempre, anche le più banali, assumono numerosi colori, una luce più intensa, un profumo più dolce che oggi mi sforzo di cogliere e respirare con tutta me stessa.

L’autrice dell’articolo ha preferito rimanere nell’anonimato.
La ringraziamo per la riflessione che ci ha regalato