Once Exchange, Always Exchange!

Ritornare da uno scambio IFMSA, da uno scambio bello come è stato il mio, è un po’ come ritrovarsi dentro la pubblicità della Costa Crociere. Ti senti stralunato, depresso, fuori luogo, incredulo, e continui a ripetere in giro ‘Ma sono appena tornato’!

Ho capito che la scelta dell’Ungheria come meta 1per il mio Exchange fosse giusta quando ho saputo di essere stata presa nella città che desideravo, Budapest, e nel reparto che volevo, Terapia Intensiva Neonatale.

L’eccitazione dello scambio inizialmente è stata un po’ bloccata dal primo approccio al nostro dormitorio. Con i miei fedeli compagni d’avventura/sventura iniziale, Giorgia, Lorenzo e Valeria, ci siamo tuffati all’1.30 di notte nei meandri di un’ex caserma sovietica, sullo stile di un ospedale psichiatrico, nelle cui stanze crescevano le più immortali specie batteriche sconosciute alla medicina del ventesimo secolo e le cui cucine sembravano vittime di un’esplosione nucleare. Nonostante lo shock iniziale e i mille interrogativi sul come avremmo fatto a sopravvivere un mese, alla voglia di scappare da quel posto il primo giorno, è subentrata subito una voglia di non lasciarlo più. I miei compagni di viaggio acconsentiranno con me a parlare di ‘casa’ ripensando adesso a quel dormitorio. Ciò che ci ha fatto cambiare idea è stato il bellissimo gruppo di studenti che condivideva con noi la nostra stessa esperienza. Eravamo in 50, dalle parti più disparate del mondo: Italia, Spagna, Francia, Tunisia, Iran, Turchia, Polonia, Russia, Taiwan, Giappone, Indonesia.
È stato incredibile come, nonostante fossimo così tanti e provenissimo tutti da paesi con culture diverse, rapidamente abbiamo legato tanto tra di noi. Sembrava di stare dentro una campana di vetro, all’interno della quale ognuno aveva portato solo tanta voglia di conoscere gli altri e approcciarsi alle altre culture 2con mente molto aperta e aveva lasciato fuori ogni sorta di pregiudizio.
Si poteva affrontare qualsiasi tema: discussioni infinite con i turchi per far capire loro perché i siciliani non sono mafiosi, i poveri musulmani posti sotto interrogatorio per sapere dell’Isis e della loro religione, le giapponesi costrette con amore a masticare carote crude, che non fanno parte della loro alimentazione.
Ti colpisce molto quando vedi che, al di fuori degli ambienti in cui siamo soliti crescere, tutte le ‘restrizioni’ mentali e sociali vengono meno una volta lontani da questi e la gente è più propensa ad ascoltare, a capirti e ad accettare le tue idee. Ed è ancora più incredibile quando vivi queste emozioni da LEO. Nonostante io e Stefania, la LEO di Varese, stessimo sclerando durante tutto lo scambio tra le Card of Acceptance in late, il nuovo database e Incomings molesti, è stato davvero magnifico accorgerci di come tutto ciò per cui lavori un anno intero funzioni realmente. Quando vedi la felicità e la soddisfazione nei volti di tutti i tuoi compagni di viaggio e vedi crearsi amicizie in tutto il mondo, hai la conferma che il lavoro che hai svolto non è stato vano, che è per quel sorriso e per quelle emozioni che hai scelto di faticare tanto.

Le settimane sono trascorse velocissime all’interno di questo bellissimo quadro.3 E quando Budapest fa da cornice, tutto è ancora più bello. Di Budapest me ne avevano parlato tutti benissimo, ma non pensavo potesse apparire così meravigliosa ai miei occhi: il modo in cui si amalgama così elegantemente con il suo fiume, i castelli e i palazzi che si rispecchiano nelle sue acque, il meraviglioso Parlamento che sfida il Castello di fronte sul dominio del Danubio. E poi, al tramonto, quando, dall’alto di Gellert Hill, vedi le luci soffuse del giorno lasciare il posto al silenzioso accendersi di quelle dorate dei lampioni della città, si crea una atmosfera del tutto indimenticabile.

Tra le cose più belle che ricorderò dello scambio, è il ritorno da Lake Balathon, il cosidetto ‘mare dell’Ungheria’. Viaggiavamo in un treno pieno zeppo di gente e con almeno due ore di viaggio da fare. Data la mancanza di posti a sedere, ci siamo accampati per terra, nello spiazzo davanti le porte d’ingresso, pregando la gente di non entrare. Si sono uniti a noi due ragazzi ungheresi, che vedendo con noi una chitarra, ci hanno invitato ad improvvisare qualcosa insieme. Presi allora dalla noia e vinta la timidezza 4e i sensi di colpa nel disturbare la gente attorno, abbiamo iniziato a cantare, accompagnando la voce di Mounir, il ragazzo francese, e le sue dita veloci sulla chitarra, riscuotendo consensi ed approvazione dai passeggeri. Non credo di aver mai provato una sensazione tale di leggerezza e libertà. Non ci importava di essere seduti per terra, sporchi e stanchi dopo il weekend senza sonno; eravamo lì, era il nostro viaggio, godevamo del momento perché sapevamo che non sarebbe tornato, senza preoccuparci del fatto che sarebbe finito. Quando Jovanotti diceva ‘l’Estate e la Libertà’, era sicuramente questa la libertà di cui parlava.

Se dovessi ricordare il momento più divertente che mi sia successo durante questo mese, sicuramente riderei un sacco ricordando l’ultima sera a Budapest, dato che è stata una delle scene più buffe che Budapest abbia mai visto. Era la sera del Goodbye Party in una discoteca; c’erano canzoni di una certa indecenza come sottofondo ed, improvvisamente, 50 persone iniziano a piangere a dirotto e ad abbracciarsi in centro di pista. La gente attorno ci guardava stupita, qualcuno rideva, altri si avvicinavano cercando di farci ridere con delle linguacce. Ma noi ormai non sentivamo neanche più la musica, stavamo lì a prometterci che ci saremmo rivisti e che ci saremmo risentiti, a prometterci che non avremmo mai dimenticato quel mese appena trascorso.

Quando ho deciso di scrivere questo articolo, non avevo ben chiaro cosa volessi dire. Non avevo voglia di raccontare il mio daytime, ma ho pensato che, condividendo ciò che io avevo vissuto, avrei potuto continuare a ripercorrere quel viaggio. Adesso che sono arrivata alle battute finali, voglia di dedicare questo articolo a tutti coloro che sono partiti in scambio e hanno avuto modo di rivedersi in qualcosa di quello che ho scritto, e a coloro che non sono ancora mai andati: di sicuro due pagine non saranno per niente convincenti, ma se posso darvi un consiglio… andate, viaggiate, sperimentate il SISM in tutte le sue forme!
E, dulcis in fundo, voglio dedicare questo articolo a tutti i miei compagni di viaggio e ai momenti passati con loro: dalle riunioni nella big room con gli spagnoli sempre in ritardo, ai nostri tentativi falliti di ripetere la frase della metro con Hamed piuttosto convinto di averne invece la pronuncia perfetta; dalle serate con il nostro amico Jager e il nostro affezionatissimo Sziget virus, alle tre Meline nei megaselfie del cellulare di Lucy; dagli stalker alle terme Szechenyi, alle corse al Margarite’s Bridge per guardare il Parlamento illuminato.
Quando vivi qualcosa di bello, vivi sempre con la paura che possa finire, soprattutto quando sai di partire per un mese. Io voglio essere ottimista stavolta; penso che questa sia solo la fine di una parte di quel viaggio, ma l’inizio di un altro, fatto di ricordi, immagini, canzoni e amicizie. È l’inizio del viaggio che dura per sempre.

 

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‘ Give me one good reason
Why I should never make a change ’

Caterina Pelligra