PEER EDUCATION ed EDUCAZIONE SESSUALE

Uno dei progetti cardine dell’area SCORA sono gli interventi di educazione sessuale, incentrati principalmente sulla prevenzione delle Malattie Sessualmente Trasmissibili e sulla contraccezione, all’interno delle scuole medie superiori e, in alcuni casi, inferiori. Tali progetti sfruttano la metodica della Peer Education in modo da rendere il più efficace possibile il passaggio di informazioni e conoscenze e far sì che i ragazzi assumano atteggiamenti e comportamenti più responsabili  e consapevoli nei confronti della loro saluteQuesto progetto è attivo all’interno dell’associazione ormai da sei anni e si sta diffondendo in modo sempre più capillare sul territorio con risultati molto incoraggianti.

Ma di cosa si tratta esattamente? E quando è nata qui in Italia? Come?
Sono pronti a rispondere alle nostre domande Carmine Calidona, referente della Peer Education nello SCORA team nazionale, nonché LORA della sede Locale di Messina, e Federico Longhini, colui il quale, in veste di NORA, importò nel 2006 questo metodo educativo in Italia. Vediamo cosa hanno da dirci entrambi!

Carmine, cominciamo da te! Puoi spiegarci cosa sia esattamente la Peer Education?11990611_10207763107579714_1408374611840027372_n
La Peer Education è una strategia educativa, non formale, che prevede l’impiego di persone opportunatamente formate, in veste di Peer Educator, appartenenti allo stesso status sociale del target group  con cui lavorano, da cui ne deriva la dicitura di educazione tra pari. Questa tecnica è altamente apprezzata dai giovani per il comune background che condividono con i Peer Educators che hanno un ruolo a metà tra il tradizionale esperto e il fratello maggiore (mai essendo né l’uno né l’altro) e che perciò vengono percepiti dal ragazzo come delle figure a lui vicine che possono essergli di aiuto e di consiglio.
Inoltre la Peer, tramite attività alternative, espone le emozioni e le capacità relazionali dei ragazzi, permettendo così la migliore riuscita del suo intento. Gli interventi di Peer Education fanno leva sul legame tra similarità percepita: sentire una qualche comunanza con un’altra persona o supporre di condividere con lei le stesse problematiche o le stesse esperienze, rendono questa persona un interlocutore credibile, di cui ci si può fidare, e ciò accresce la probabilità che il nostro modo di pensare e di agire ne sia influenzato. I pari sarebbero dunque dei modelli per l’acquisizione di conoscenze e competenze di varia natura e per la modifica di comportamenti e atteggiamenti, modelli efficaci in misura equivalente se non superiore ai professionisti del settore.
Nella Peer Education, le persone diventano soggetti attivi del loro sviluppo e della loro formazione, non semplici recettori di contenuti, valori ed esperienze trasferiti da un formatore esperto. Questo avviene attraverso il confronto tra punti di vista diversi, attività di immedesimazione, team/trust building, story telling, l’analisi dei problemi e la ricerca delle possibili soluzioni, in una dinamica tra pari che tuttavia non esclude la possibilità di chiedere collaborazione e supporto agli esperti. Nel tempo si è verificato una più ampia diffusione di interventi che utilizzano i pari per tantissime tematiche riguardanti i comportamenti a rischio quali l’assunzione di droge o alcool, il consumo di tabacco, la guida spericolata, il bullismo, la violenza, il comportamento alimentare non corretto… Tuttavia la Peer ad oggi rimane molto più utilizzata nel campo dell’educazione sessuale.

Perché è così utile nel campo dell’educazione sessuale?
I fini ultimi dei progetti di Peer SCORA, sono quelli di far riflettere i giovani su argomenti di cui poco si discute in famiglia o a scuola, ovvero la contraccezione, le MST, i falsi miti nella sessualità, non vivere la stessa come un tabù, educare al sentimento, promuovere l’informazione sul tema delle discriminazioni motivate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
Ma andiamo con ordine. I termini “Peer Education” secondo alcuni autori, sono più correttamente traducibili come “prevenzione tra pari”, considerando la Peer appunto come un metodo d’intervento efficace nell’ambito della promozione della salute e più in generale nella prevenzione dei comportamenti a rischio. La Peer si prefigge dunque di aiutare i ragazzi a sviluppare un pensiero critico sui comportamenti che possono ostacolare il loro benessere fisico, psicologico e sociale; vengono indirizzati a compiere scelte del tutto autonome ma in maniera responsabile perché opportunamente istruiti in modo innovativo e distante dagli approcci pedagogici classici che veicolano il messaggio tramite la proibizione di un comportamento considerato sbagliato. Ciò che rende particolarmente efficace questo metodo è la credibilità dei formatori e  la sintonia che si crea tra ricevente ed emittente.  
Nonostante le classiche e  numerose informazioni o campagne di sensibilizzazione rivolte alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, i risultati raggiunti sono stati, purtroppo, molto deludenti: ancora oggi il contagio risulta essere molto diffuso, soprattutto tra gli adolescenti. In passato, gli interventi di prevenzione rivolti proprio ai ragazzi, svolti  soprattutto nelle scuole, sono sempre stati delegati ad adulti o operatori sanitari che hanno privilegiato sempre e solo l’aspetto scientifico delle informazioni fornite riproponendo così la struttura tipica dell’organizzazione scolastica tra un adulto/esperto (che sa ed insegna ciò che si può o deve fare) e un adolescente/inesperto (che non sa e che deve seguire dei consigli). Il risultato finale è quello di fa assumere all’adolescente un ruolo di recettore passivo dell’informazione senza riuscire minimamente a coinvolgerlo a livello personale nei programmi di prevenzione.
Mentre la comunicazione tra adulto e adolescente implica per quest’ultimo un effetto ansiogeno, un sentimento di incomprensione poiché l’adolescente avverte e sente la distanza generazionale, la comunicazione tra pari è avvertita come meno giudicante e ansiogena.Inoltre nel considerare la parità una possibile spinta al cambiamento e con ciò privilegiando una trasmissione del sapere, la Peer Education si colloca come strategia educativa volta ad attivare un processo naturale di passaggio di conoscenze, emozioni ed esperienze tra i membri di un gruppo.

Che feedback hai ricevuto dagli studenti?
Ogni sessione di Peer che si rispetti si conclude con l’evaluation del tempo trascorso con i ragazzi, delle tematiche trattate e del modo con cui sono state trattate, valutando la disponibilità e le skills dei formatori, oltre che la risposta del gruppo alla sessione. Nel corso della mia esperienza con ragazzi dai 13 ai 18 anni, ho sempre avuto ottimi feedback e sicuramente questi successi sono ascrivibili all’efficacia del metodo in sé ed ai momenti di formazione (TIPE, incontri preparatori con professori e psicologi, confronti con gli insegnati…).Sicuramente lungo il percorso si possono incontrare difficoltà, professori bigotti, genitori particolarmente apprensivi, ragazzi difficili da approcciare; tuttavia, in un modo o nell’altro si potrà sempre trasmettere nozioni, informare e responsabilizzare, in relazione alla disponibilità ad apprendere ed a mettersi in gioco dei nostri ragazzi, oltre che sicuramente ed in primis, in relazione alle capacità dell’educatore. I ragazzi si mostreranno sempre entusiasti e curiosi circa la sessualità.Molto spesso veniamo percepiti come la valvola di sfogo, quel momento della settimana in cui finalmente si può  parlare di sesso in maniera consapevole e senza essere giudicati. Anche i professori molto spesso percepiscono un clima diverso in classe a seguito delle nostre sessioni. I ragazzi riescono a vivere la realtà scolastica più coesi come gruppo e rispettandosi a vicenda ripensando a quanto si è detto in sessione.

Perché essere Peer Educator fa bene agli altri ma soprattutto a sè stessi?
Chiaramente mettersi in gioco con e per i ragazzi non garantisce solo una maggiore credibilità per il formatore agli occhi dei giovani studenti ma sicuramente ti permette di metterti in discussione. Dopo un TIPE e dopo una sessione di Peer, ci si rende conto di essersi arricchiti, di conoscere meglio i propri punti di forza e le proprie debolezze. Lo scambio che avviene con i ragazzi è reciproco, impari molto dalle loro dinamiche, dalle loro risposte e rivivere il clima scolastico ormai passato ha anche i suoi effetti positivi. In più, trattandosi di volontariato, per di più riguardante tematiche a noi molto care e verso le quali siamo particolarmente sensibili, non possiamo che non essere fieri di noi e del contributo che diamo. Magari siamo dei pazzi idealisti, ma siamo fermamente convinti che una classe per volta ,la differenza si possa fare. Anziché lamentarci di uno status quo sbagliato e triste cerchiamo di rimboccarci le maniche e di ritagliare nella nostra vita accademicamente (e spesso non solo accademicamente) stressante una parte della giornata per occuparci dei nostri ragazzi, e questo è estremamente gratificante.

Carmine ci ha appena aiutati a comprendere e conoscere questo magnifico strumento che la SCORA e ogni Peer Educator ha in mano. Non dimentichiamo inoltre che prima di rivestire tale ruolo, siamo noi stessi i primi a vivere questa esperienza dall’altra parte della Peer Education, vivendo quindi tale esperienza sulla propria pelle, comprendondone le potenzialità.

Ma quando è cominciato tutto qui in Italia? E come? Federico Longhini, NORA/NORP12092174_10156106443315147_1149621372_n per gli anni 2006/2007 e 2007/2008, è stato l’artefice del tutto, e ha deciso di ripercorrere con noi quest’intenso percorso.

“Il percorso è stato molto lungo, ricoprendo un arco temporale di circa due anni. Tutto inizia nel 2006, anno in cui ricoprivo la carica di NORA/NORP. Avevo sentito parlare della Peer Education, già diffusa in Europa, ma non avevo davvero idea di quali fossero le attività che la caratterizzavano e che venivano usate negli altri Paesi. Incontro così per la prima volta Silva Rukavina, una ragazza croata all’epoca SCORA director, che mi spiega in cosa consista la tecnica di Peer Education e un’idea grossolana di cosa si potesse fare, proponendomi di partecipare all’IPET (International Peer Education Training) che si sarebbe tenuto in Inghilterra, a Canterbury. Accetto e alla fine acquisisco il certificato di Trainer in Peer Education e comincio a costruire un progetto per poter formare altri ragazzi in Italia. Purtroppo questa prima fase ha richiesto molto tempo, tanto da arrivare al successivo congresso nazionale, al quale mi ricandido per la carica di NORA/NORP venendo riconfermato per l’anno 2007/2008. Così durante il meeting tenutosi nel maggio del 2008 presso Palermo, tengo la prima e propria sessione Training di Peer Education, durante il quale ho proposto anche l’attività “acqua e sale”, che ho rubato ad un gruppo olandese, al tempo il più “forte” in questo ambito a livello europeo. Fatto sta che mi aspettavo che ci fossero 20 persone, ma se ne presentarono 50-60, ammettendoli tutti poiché non me la sentivo di precludere la possibilità ad alcuni di poter partecipare. Il training si è svolto per circa due ore, anche se io avevo previsto una durata di un’ora, e a causa dell’entusiasmo riscontrato ho continuato ad effettuare attività anche durante gli altri giorni del meeting, però mi sono accorto che tutto ciò ancora non era abbastanza per poter dare in mano alla gente un reale strumento. Per cui tornato a casa dopo il meeting di maggio contento per come si era svolto il training durante quei giorni, in realtà mi sentivo sconfitto perché non ero riuscito a raggiungere lo scopo che mi ero prefissato.
Dopo un mese una notte alle tre mi sono svegliato di colpo e penso “Ho deciso. Facciamo l’IPET in Italia”. L’unico problema consisteva nel fatto che ero solo, e non potevo sviluppare un intero training in questo modo, per cui ho cercato l’aiuto di altri NORA/NORP, sperando in qualcuno che sapesse parlare un po’ di italiano o un inglese molto semplice (perché all’epoca l’inglese non lo parlavano tutti) e alla fine con una mia carissima amica, Arlette Vassallo, NORA di Malta,  che ho messo in piedi il primissimo TIPE, che si svolse a Pisa durante il mese di novembre.
Questa è stata la nascita della Peer Education in Italia. E’ stato un percorso molto travagliato, durato circa due anni, ma per fortuna, è cresciuto negli anni raggiungendo obiettivi che io non avrei mai immaginato. Ovviamente sono stati fondamentali per la riuscita del progetto tutti i LORA di quegli anni, che mi hanno dato più del massimo, e che hanno partecipato al primo, al secondo e al massimo al terzo TIPE.
Il colmo di tutta questa storia è che alla fine io non sono mai riuscito ad andare nelle classi e fare educazione sessuale: ho creato il training ma non sono riuscito a metterlo in pratica, basti pensare che già durante il training non ero più uno studente in Medicina e Chirurgia, ma avevo già conseguito la Laurea. Questa esperienza però mi ha lasciato tanto, basti pensare che i metodi della Peer Education, soprattutto riguardanti le Comunication Skills, li uso anche in ambito lavorativo per poter parlare coi pazienti e i loro parenti o con questi ultimi; saper organizzare un training mi ha anche aiutato a sviluppare un progetto di ricerca, mi ha insegnato a scrivere un protocollo e cose che poi alla fine tutt’oggi utilizzo.”

Carmine Calidona

Federico Longhini

Stefania Panebianco