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Emorragia di intelligenze e sottosviluppo :quando l’istruzione non basta

Emorragia di intelligenze e sottosviluppo: quando l’istruzione non basta.
Le risorse umane rappresentano il cuore dei sistemi sanitari di tutto il mondo e costituiscono la risorsa più preziosa e dispendiosa dei sistemi knowledge based.
Secondo le stime della Joint Learning Initiative mancano circa quattro milioni di operatori sanitari nel mondo, di cui un milione solo nell’Africa sub-sahariana. L’Oms ha voluto dare risalto al problema dedicando il World Health Report 2006 alla crisi di professionisti della salute.

cervelli_fugaUna delle questioni più dibattute dell’economia è perché alcuni paesi siano ricchi e altri poveri. Secondo gli studiosi, ciò che contribuisce maggiormente a creare e alimentare la crescita di una regione è il livello di istruzione della popolazione che vi risiede. Ma non sempre a elevati investimenti nel sistema educativo corrisponde un miglioramento del benessere della nazione.
È il caso dei paesi in via di sviluppo, in cui il fenomeno del brain drain rende vani molti degli sforzi effettuati per trarre vantaggio dagli investimenti in formazione e innescare una veloce crescita economica in loco.
Il brain drain o “fuga dei cervelli”, infatti è la migrazione di lavoratori altamente qualificati dal proprio paese verso un altro maggiormente sviluppato. Scienziati, ingegneri, fisici, medici africani, asiatici o sudamericani, emigrano verso gli Stati Uniti, il Canada e l’Europa per trovare un ambiente di lavoro più favorevole e stimolante.
L’instabilità del panorama politico, i pregiudizi etnici, le insoddisfazioni professionali, l’isolamento, la mancanza di supporto, la preoccupazione per i propri figli: sono questi i fattori che spingono i professionisti a lasciare il proprio paese d’origine mentre il mero calcolo economico costituisce solo uno stimolo marginale.

È molto difficile dar conto dell’estensione di queste “fughe di lavoratori” in quanto manca, incredibilmente, un sistema uniforme di statistiche sul numero e sulla tipologia dei migranti internazionali. I paesi di origine, infatti, non hanno a disposizione dati che evidenzino le caratteristiche degli emigranti.
Uno dei primi studi in grado di fornire una determinazione quantitativa generale del brain drain è una ricerca di Carrington e Detragiache (1998). Gli autori hanno ricostruito e stimato i flussi migratori di 61 paesi in via di sviluppo per livello educativo (istruzione primaria, secondaria e terziaria), mostrando che esiste un trend generale per cui i tassi di emigrazione risultano più alti per i livelli di abilità più elevati. Evidenziano inoltre come le aree scientifico-tecnologiche e sanitarie siano quelle maggiormente afflitte dalla fuga dei talenti. I sistemi sanitari di vari paesi, in Africa e nel Centro America, risentono drammaticamente dell’esodo di medici, infermieri e tecnici, con la conseguenza di deficit strutturali di personale qualificato. (Si pensi al caso del Ghana, dove ogni anno il 26% degli individui in possesso di un’istruzione terziaria lascia il paese alla volta degli Stati Uniti.)

Uno studio multi paese ha esaminato gli aspetti finanziari dell’emigrazione dei medici da 9 Paesi dell’Africa sub-sahariana calcolando il costo della formazione dei medici, il mancato ritorno dell’investimento in formazione nei Paesi di origine, il vantaggio economico dei Paesi che impiegano i medici migranti.
africa maniI Paesi africani selezionati sulla base di caratteristiche comuni (prevalenza della infezione da virus HIV superiore al 5% della popolazione o numero totale di malati di AIDS superiore a 1 milione; presenza di almeno una facoltà di medicina) sono stati Ethiopia, Kenya, Malawi, Nigeria, South Africa, Tanzania, Uganda, Zambia, and Zimbabwe. Per ognuno dei Paesi è stato calcolato il costo della formazione (scuola primaria, secondaria, università) sulla base di informazione reperite in banche dati internazionali (es. UNESCO) e, per il costo della formazione universitaria, si è considerato l’ammontare del sussidio pubblico/studente come pubblicato sui siti web delle principali università. Per il calcolo del mancato rientro degli investimenti in formazione si sono considerati tassi di interesse standard nei vari Paesi e durata del servizio all’estero dei migranti.
Il costo della formazione di un medico (finanziato dai governi dei Paesi selezionati) è stato stimato da un minimo di $ 21.000 in Uganda fino ad un massimo di $ 58.000 in Sudafrica. Il mancato reddito per l’investimento in formazione dei medici emigrati in 4 Paesi industrializzati (Australia, Canada, Regno Unito e Stati Uniti) è stato stimato complessivamente in $ 2.17 miliardi con un minimo di $ 2.16 milioni per il Malawi e un massimo di $ 1.4 miliardi per il Sudafrica. Il risparmio dei Paesi industrializzati relativo all’impiego di medici provenienti dai 9 Paesi (dei quali non hanno finanziato la formazione) è stato stimato in $ 4.5 miliardi: 621 milioni per l’Australia, 384 milioni per il Canada, 846 milioni per gli Stati Uniti e 2.7 miliardi per il Regno Unito dove lavora il maggior numero di medici provenienti dai Paesi africani selezionati.
Lo studio in esame ha migliorato la conoscenza sull’aspetto economico della migrazione dei medici e ha confermato i risultati di altri studi precedenti. Gli autori dello studio hanno riconosciuto però di non aver considerato nella stima il valore di alcune variabili quali le rimesse degli emigranti dato che le stesse vanno a beneficio delle famiglie e, solo indirettamente, del Paese che ha finanziato la formazione.
La stessa OMS nel Rapporto sulla Salute del mondo del 2006 denunciò la situazione di crisi per carenza di almeno 2.4 milioni di operatori sanitari (medici, infermieri e ostetriche) in 57 Paesi del mondo (situazione emblematica quella dell’Africa sub sahariana in quanto la Regione detiene il 24% del carico di malattie, il 3% della forza lavoro in sanità e meno del 1 % della spesa sanitaria globale). L’OMS, propose, in relazione ai dati emersi dal rapporto, un piano d’azione decennale affinché, sia nei Paesi ad alto reddito, sia nei Paesi in via di Sviluppo, si venisse a creare la capacità autoctona di formare, assumere, distribuire e gestire il capitale umano in sanità in ragione della domanda di servizi e secondo le disposizioni dei piani sanitari nazionali.

Tuttavia, l’intensità dei flussi migratori si è cresciuta negli ultimi decenni perché molti paesi ad alto reddito si affidano al reclutamento internazionale dei medici e di altro personale sanitario anziché formarli a livello nazionale. In Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, tra il 23% e il 28% dei medici praticanti possiede un titolo di studio acquisito all’estero. Una quota tra il 40% e il 75% di questi medici proviene da Paesi in via di sviluppo. In alcuni studi si ipotizza che il reclutamento attivo di operatori sanitari possa essere considerata una pratica criminale.
In questo contesto la regolamentazione dei flussi migratori del personale sanitario ha acquisito nuova urgenza e priorità. La Dichiarazione di Kampala al Primo Forum Globale sulle Risorse Umane in Sanità (marzo 2008) e i comunicati G8 del 2008 e 2009 hanno incoraggiato l’OMS ad accelerare la sviluppo e l’adozione di un Codice Globale di Condotta sul Reclutamento Internazionale del Personale Sanitario approvato solamente in occasione della 63° Assemblea Mondiale della Sanità (2010).

Il Codice, in questione è destinato a tutti gli attori pubblici e privati interessati alla risorse umane in sanità costituendo riferimento e guida per la formulazione di norme nazionali e accordi bilaterali in tema di reclutamento di forza lavoro in sanità. Tra i principi in esso stabiliti si evidenziano:
· il diritto e la libertà di emigrare ed accettare lavoro all’estero con condizioni di lavoro, trattamento e prospettive di carriera uguale a quella degli operatori del Paese ospitante
· il dovere, per i Paesi sviluppati, di fornire l’assistenza tecnica e finanziaria possibile per il rafforzamento dei sistemi sanitari dei Paesi vulnerabili per carenza di operatori
· il dovere di ogni Stato membro di effettuare programmazione, formazione, impiego e distribuzione di personale sanitario in modo da garantire la sostenibilità della forza lavoro in sanità e ridurre la necessità di reclutamento di migranti
· la necessità di promuovere, a livello nazionale e internazionale, ricerca, raccolta dati e scambio di informazioni sulla migrazione del personale sanitario anche per facilitare la migrazione circolare del personale a beneficio dei paesi di origine e di destinazione
Il Codice propone la collaborazione tra personale sanitario, ordini e organizzazioni professionali e agenzie di reclutamento e richiede che nel processo di reclutamento sia garantita trasparenza, lealtà e completezza di informazione sulle proposte di lavoro che consentano una decisione informata degli operatori interessati. Gli Stati membri sono chiamati a concedere autorizzazione e svolgere supervisione sulle agenzie di reclutamento che si impegnano ad osservare scrupolosamente le norme proposte dal Codice compresa l’astensione da pratiche di reclutamento attivo almeno nei Paesi con gravi carenze di personale sanitario. Gli Stati Membri si impegnano a fornire una relazione periodica sulla migrazione del personale sanitario e sulla implementazione del Codice ogni tre anni e l’OMS si incaricherà di mantenere un Registro delle autorità nazionali incaricate dello scambio di informazioni relative al Codice.
Come segnalato dal Professor Buchan in un recente editoriale sul BMJ (British Medical Journal), il progetto di Risoluzione sul Codice ha suscitato ferma opposizione da parte dei Paesi che maggiormente beneficiano di operatori sanitari immigrati. L’approvazione della Risoluzione è stata possibile solo per l’inclusione nel Codice di alcune clausole: volontarietà nella applicazione e non obbligatorietà di forme di compensazione per i Paesi di origine dei migranti in proporzione al prelievo di risorse umane. Siamo quindi di fronte ad un tipico caso di incoerenza delle politiche dei donatori che investono fondi pubblici per il rafforzamento dei sistemi sanitari dei Paesi meno avanzati e, contemporaneamente, ne riducono le capacità sottraendo ai Paesi stessi gli operatori di maggior qualificazione.

Un esempio virtuoso di possibile risoluzione del problema è il progetto realizzato da Wolisso Porject:“Scholarship per tecnico anestesista”. In Etiopia, dove si trova l’ospedale che ospita il progetto ,il St. Luke Catholic Hospital, si registra una cronica carenza di personale sanitario sufficientemente formato e proprio per contrastare questo fenomeno si finanzia un infermiere di Harar, per garantirgli gli studi come tecnico anestesista.
Il progetto prevede anche il supporto economico sia dei familiari dell’infermiere durante il periodo di formazione (in quanto saranno privati del reddito derivante dalla professione d’infermiere di quest’ultimo) sia per il corso professionale presso l’Università di Harar. I beneficiari del progetto saranno non solo l’infermiere e la sua famiglia ma anche i pazienti futuri dell’ospedale, ai quali saranno garantite cure di qualità dal momento che il progetto garantisce all’infermiere formato, al termine del corso di studi, di lavorare per l’ospedale per 4 anni cercando di contrastare così il brain drain.
Concludendo, Il brain drain, almeno nel breve periodo, non potrà essere fermato. È necessario che sia i paesi di emigrazione che di immigrazione cooperino per implementare assieme misure volte a gestire e arginare il problema. Solo attraverso adeguate politiche sarà possibile trattenere in loco quelle risorse umane senza cui è impossibile pensare lo sviluppo di un paese, né tantomeno il suo affrancamento dalla povertà.

BIBLIOGRAFIA
J. Bhagwati, K. Hamada, “The brain drain, international integration of markets for professionals and unemployment”,
Journal of Development Economics, 1,1974.
W.J. Carrington, E. Detragiache, “How big is the brain drain?”, IMF Working paper, 201, 1998.
F. Docquier, H. Rapoport, “Quantifying the Impact of Highly-Skilled Emigration on Developing Countries”, CEPR project, Fondazione Rodolfo Debenedetti, 2009.
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Mills EJ, Kanters S, Hagopian A, Bansback N, Nachega J, Alberton M, et al. The financial cost of doctors emigrating from sub-Saharan Africa: human capital analysis BMJ 2011
Resolution adopted by the General Assembly
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EJ Mills, WA Schabas, J Volmink, RB Walker Should active recruitment of health workers from sub-Saharan Africa be viewed as a crime? Lancet, 2008
The WHO Global CODE of Practicevon the International Recruitment of Health Personnel
Buchan J. The financial cost of physician emigration from sub-Saharan Africa. A whole government approach is needed to mitigate the impact of the brain drain. BMJ 2011
Salute Globale,Determinanti e disuguaglianze, Maciocco e Santomauro, Carocci Faber 2014

Redazione di Salute e Sviluppo

Maria Luisa Ralli

Andrea Berti

Sole Fontanella

Elena Capelli