Musica per il 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Molto si parla di argomenti definiti spesso scomodi, o per totale disinteresse o per mancato coinvolgimento diretto, in prima persona, restando così spettatori degli avvenimenti che continueranno a essere per sempre lontani da noi.

La verità è che, per quanto ognuno di noi viva una realtà che lo coinvolge come singolo, tutto ciò che accade nel mondo non ci è estraneo, anzi, indirettamente o meno, ne siamo sfiorati, con consapevolezza o in modo del tutto inconsapevole.

Il venticinque novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; questa data è stata scelta dalle Nazioni Unite per ricordare il brutale assassinio delle tre sorelle Mirabal, nel 1960, un omicidio che fu architettato di modo che sembrasse un incidente.

Ma così non fu.

Le sorelle vennero considerate rivoluzionarie perché s’impegnarono per contrastare Rafael Leónidas Trujillo e il suo regime dittatoriale sotto cui la Repubblica Dominicana, per più di trent’anni, chinò il capo vivendo nell’arretratezza e nel caos.(1)Sorelle Mirabal

Le sorelle Mirabal, chiamate anche Le farfalle: al loro ricordo sono dedicati il libro e il film omonimi Il tempo delle farfalle

La violenza di genere contro le donne è la violenza diretta contro una donna in quanto tale o che colpisce le donne in modo sproporzionato. Nessuno nega che non esista violenza contro gli uomini, che sia chiaro, ma non si può e deve negare che le donne sono le vittime maggioritarie di violenza.

Il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne identifica la violenza contro le donne come ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi o possa provocare danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia in pubblico che nella vita privata.

Gli atti di violenza di genere possono includere, tra gli altri, la violenza domestica, l’abuso sessuale, lo stupro, le molestie sessuali, la tratta delle donne, la prostituzione forzata. Quando si parla di violenza non si deve pensare dunque solo a lividi, percosse, sangue, stupri; non si tratta solo di questo: la violenza ha più facce, alcune più nascoste e sibilline di altre, per questo anche più pericolose, perché vengono negate come tali.

Io per prima, Barbara Zimotti – non c’è bisogno che io nasconda come mi chiamo, è una cosa che ho sempre detto – sono stata vittima di molestie. Felicemente non sono state così gravi, ma avrebbero potuto esserlo. Mi rendo conto di essere molto fortunata rispetto a tante altre donne e mi permetto stavolta di usare la mia voce e una mia passione per dire cose che sento importanti, che sento giuste.

Ho detto più volte nella mia vita (spesso ripetendolo fino allo spasmo) che una delle mie massime è la sensibilizzazione passa per l’informazione e aggiungo che l’informazione può avvalersi dell’arte.

Mi riferisco a tutti i tipi di arte e questa volta ho lasciato da parte le lettere per lasciare spazio alla musica. La musica ha il vantaggio di essere a mio dire più immediata e coinvolgente, concentrando spesso molto da dire in formato tascabile a livello di tempo (per così dire rispetto a un libro… è più facile ascoltare una canzone che leggere un libro voluminoso) e, come le poesie, le parole di qualcuno possono diventare le parole di tutti, estendendo un messaggio quanto più possibile.

Probabilmente avrete ascoltato queste canzoni, magari anche canticchiate distrattamente, ma un passo in più da fare è soffermarsi sul testo, interiorizzandolo, perché queste non sono canzoni da ascoltare solo in questa giornata, ma sempre.

Non deve restare un messaggio fine a se stesso e sterile, che si perde in queste parole.

Ho cercato di fare una cernita, molte sono le canzoni – specie in lingua inglese – che parlano delle donne e delle tante forme di violenza.

Parto con una tra le mie band preferite, gli Alter Bridge.

In Addicted to pain viene detto molto chiaramente che cercare di convincersi che la realtà non è quella che si vive, che la violenza subita a livello mentale e psicologico, per tantissimo tempo, non esiste, è sbagliato. Mentire a se stesse cercando di convertire queste bugie in una verità per il nostro animo è sbagliato.

E questo ci rende talmente “dipendenti dal dolore” al punto tale da essere ormai “troppo cieca per vedere che sei smarrita nelle ombre”, quelle di una violenza che non si riesce ad affrontare.

Da notare il termine “addicted”, quello usato nella fattispecie per qualsiasi dipendenza da sostanze, come se non si riuscisse più a combattere questa dipendenza, portandoci nel circolo vizioso di una mente labile, che vede ormai alterato questo dolore al punto da vederlo come una sorta di benessere, come quello che dà una droga a un tossicodipendente.

(2)-bridge-addicted-to-pain

 Myles Kennedy ci urla che “perderai tutto” se continui su questa scia, ovvero anche la vita.

Andando più a ritroso nel tempo e andando sui classici, abbiamo i Pink Floyd che, in Don’t leave me now, ci presentano un uomo violento che, all’abbandono di quella che ora è la sua ex, si mostra ansioso e desideroso di volerla ancora… “per picchiarla a sangue il sabato sera”. Fa leva su questa donna ricordandole “i fiori che le ha regalato”, sperando che lei si addolcisca e torni sui suoi passi, di nuovo accanto a lui.

Il cercare di ricordare le belle cose passate, fare un regalo per tenere buona una donna che ha subito violenza accade molto spesso. Bisogna avere il coraggio di dire no, di lottare, di andare via e di non farsi commuovere da queste parole vuote, che mirano a un altro fine, che non sono pregne d’amore come invece ci si vuol far credere.

Una canzone che forse abbiamo ascoltato tutti e spesso viene passata maggiormente durante le vacanze natalizie (forse mi confondo con Last Christmas degli WHAM!) è questa. La conoscete? Penso proprio di sì.

In Every breath you take si parla di stalking in questa canzone e lo stalker lo dice senza problemi: sarà come un’ombra sempre appresso a questa ragazza, non lasciandola mai sola, e non ci sarà passo, sorriso, movimento che lei farà come ogni parola che dirà che lo stalker non saprà.

Perché sarà lì, “ogni singolo giorno” a guardarla.

Non trovate sia inquietante? E sono sicura che almeno una volta nella vita questa canzone sia stata cantata da molti di noi.

Adesso le parole di questa canzone non avranno più lo stesso tono scanzonato, ora che hanno acquistato un senso. Saranno senz’altro più amare, ma la consapevolezza insegna sempre qualcosa di nuovo.

(3)Every breath you take

 Lo stalker dice che sogna la notte la ragazza, che la desidera… da persone così bisogna stare alla larga. Questo non è amore

Behind the wall di Tracy Chapman è una canzone che parla di violenza domestica, ovvero un marito che picchia la moglie (ma come si fa a chiamare un uomo del genere marito?), il tutto narrato… da una terza voce, un vicino di casa.

Questo vicino passa “un’altra notte insonne” perché sente “urla al di là del muro” e, sebbene si intervenga chiamando la polizia, le forze dell’ordine affermano di “non possono interferire negli affari domestici”, quella donna sarà sempre sola, tra quelle mura, a lottare contro un uomo, perennemente sola, mentre chi avrebbe il dovere di fare qualcosa, perché dovrebbe tutelare la gente, non alza un dito.

L’indifferenza regna sovrana.

Anche se questo brano non è proprio dedicato a una donna (non le è stato possibile crescere per diventarlo), l’indifferenza della gente viene anche illustrata da Lucio Dalla in Carmen Colon, dal nome della bambina che è stata uccisa nel 1971.

Anche questa è violenza, e nessuno è intervenuto per provare a impedire che accadesse, mentre i media mostravano finta commozione per il caso, proprio come la D’Urso quando si mette a fare quei pianti falsi nella sua sottospecie di programma televisivo.

Lucio Dalla non è stato zitto e infatti lo dice: “grandi i titoli sopra i giornali”, ma “né un aiuto né una mano le hanno dato”.

Restando ancora a casa nostra, abbiamo Carmen Consoli che in La signora del quinto piano, canzone scritta proprio per sensibilizzare contro la violenza sulle donne e per far conoscere il 1522, il numero nazionale antiviolenza.

Il pezzo è stato cantato assieme a Elisa, Emma, Gianna Nannini, Irene Grandi e Nada.

Non mi soffermo molto a commentarlo, perché credo che questa volta il problema della lingua non ci sia.

Nina Simone nella sua Four women, sottolineava per mezzo della storia di quattro donne, la doppia discriminazione che le donne afroamericane subivano alcune decadi fa sia perché donne sia perché di colore.

Questa canzone, per via del messaggio di denuncia per la condizione della donna afroamericana, fu oggetto di molte critiche, rivolte anche alla stessa cantante che l’aveva composta.

Le voci di Sarah, una donna con la schiena forte, “piegata ma non spezzata” dalle angherie della vita, di Saffronia, nata dalla violenza di un uomo bianco a sua madre, di Sweet Thing, il nome d’arte di una prostituta, e di Peaches, una ragazza consapevole di tutto quello che la circonda e che ha deciso di non subire più tutte queste ingiustizie, vengono cantate da una donna la cui voce pare intrisa di quella rabbia struggente e graffiante capace di toccare anche le corde nei nostri animi, ancora oggi.

4 women Nina Simone

 Quattro storie di donne, una sola voce: la denuncia per migliorare le cose. Perché bisogna crederci.

Anche John Lennon, dopo che conobbe Yoko Ono, si interessò e avvicinò al femminismo. Lui per primo affermò di aver maltrattato le sue ragazze da giovane.

La canzone Woman is the nigger of the world è un brano che fu bandito per via della parola “negro” all’interno del titolo, ma che fu utilizzato specificatamente per sottolineare la condizione di asservimento delle donne nel mondo intero e nella società in generale.

L’immagine suggerita è quella di una donna che nella società attuale vive proprio come gli schiavi di colore al tempo della loro disumana condizione di schiavitù, e che sono viste come “vecchie grasse galline” una volta assolto il loro unico compito ovvero quello di “fare e crescere bambini”, relegandola a stare in casa, che è “l’unico luogo in cui le diciamo che può stare”. Quel noi si riferisce alla società, e agli uomini per la maggior parte dei casi.

Me and a gun è invece una canzone di Tori Amos autobiografica, nella quale la cantante racconta di uno stupro subito all’età di ventun anni dopo un concerto.

Fu minacciata con un coltello e dopo la violenza è riuscita a scappare.

La Amos ha scelto di utilizzare la musica, la sua passione, per esorcizzare un avvenimento che l’ha segnata per sempre, avvertendo un senso di catarsi.

Immagino che non sia stato molto facile per lei, però mi rendo conto che la scrittura e l’arte hanno un potere davvero terapeutico; io per prima, quando un vecchio mi ha palpato il didietro in fila al supermercato con sua moglie affianco (la quale mi ha detto che è stata colpa mia che indossavo un paio di pantaloni della tuta aderenti), una volta tornata a casa, umiliata e in lacrime… ci ho scritto su. Mi è servito, e mi ha aiutata.

Christina Aguilera ci racconta invece di sua madre, che ha lasciato il marito violento quando lei aveva sei anni.

In Oh mother, abbiamo un tributo, un elogio a sua madre che, stanca di subire le percosse e le violenze psicologiche, è riuscita a trovare il coraggio di andare via e di ricominciare, anche per i propri figli, il giorno in cui “ha alzato le mani sui bambini”.

“Una voce nella sua testa affermava ‘meriti molto più di questo'”, afferma la Aguilera e questo le ha permesso di lottare, “smettendo di nascondere tagli e lividi”.

Afferma che sia lei sia sua madre sono “più forti” anche “per tutte le lacrime versate” e “adesso non potrà far più loro del male”.

Non sono solo queste le canzoni che mi sono venute in mente, anzi. Mi rendo conto però che potrei risultare troppo logorroica, ragion per cui cercherò ora di essere più concisa.

Alle volte capita che si è talmente accecate dall’amore che noi proviamo da non renderci conto che non è vero amore, ma si continua a difendere il proprio carnefice pensando che “il vero amore è un amore crudele”. Recita così And then you kissed me dei The Cardigans. Le percosse sono viste come gesti d’amore, come i baci, essendo ormai intossicati da convinzioni sbagliate prese per vere.

In lingua spagnola abbiamo Malo di Bebe. Anni fa fu un vero e proprio tormentone estivo, e le parole incisive con un ritmo che risuona in testa parlano chiaro: è una denuncia aperta contro la violenza sulle donne. “Non si fa del male a a chi si ama”, e non bisogna pensare che “gli uomini sono migliori delle donne”, è una cosa stupida. Siamo pari, ciò che esigiamo è il rispetto. Il rispetto non si deve implorare perché non si è inferiori a nessuno. E quando si dà della puttana a una donna “il cervello rimpicciolisce”: quello che una persona fa nel proprio letto è affar suo. E se pensate che offendere, o meglio, provare a offendere o denigrare psicologicamente di modo che si vinca una battaglia che sarebbe persa ad armi pari è ignobile.

E non finisce qui. Ma mi fermo io.

Allen Ginsberg affermava che “se la musica è il cibo del mondo, allora che si suoni”, e non potrei essere più d’accordo. Farsi portavoce di messaggi importanti, unendo alla musica parole che possono scuotere l’animo e le coscienze è un modo e un monito per tutti che se il mondo è ingiusto perché la natura umana è imperfetta e fallace, l’arte ci unisce tutti, al di là della distanza culturale, fisica, del sesso, delle opinioni, e tende al bene, come come la nostra natura natura più nobile, quella che crea e non distrugge.

Ma occorrono i fatti; le parole da sole sono uno strumento che ha bisogno poi dei gesti.

Lasciamole entrare in noi, investendoci appieno. Interiorizziamole e diamoci da fare per renderle concrete e mai più astratte.

Barbara Zimotti