Beirut: la Parigi del Medio Oriente

Sinceramente, non sapevo cosa aspettarmi dal Libano, da Beirut.
Ti bombardano con così tante notizie che non ti sprechi più a distinguere quale Paese sia più sicuro e quale meno, e inizi a credere che il Medio Oriente sia tutto pericoloso.

Invece no, non è così.

Foto autore Beirut - Salvatore Raccuglia

Beirut non era così.

Era viva, sicura, potente, piena di militari sì, ma piena di colori, di gente, di svago, di cultura e di religioni che potevi avvertire ad ogni respiro.
Se sei un’amante della storia, dei popoli, della verità e non dei media, aperto a scoprire nuovi orizzonti, ad assaporare tradizioni dietro tradizioni,  Beirut è una città da vedere.
Se sei la tipica “secchia”, casa, chiesa, studio e carriera, l’American University of Beirut Medical Center è assolutamente un posto dove fare pratica.
Se sei un amante della vita notturna, un “Clubber”, un tipo solitario da pub e buona musica, un tipo da musica alternativa e Indie Rock, o uno scatenato animale da pista, sì, Beirut è in assoluto una città da vivere.
Io ero un po’ di tutto, e questo ha reso il mio viaggio enorme in quantità e qualità; il mio mese è stato breve ma intenso.

Sono arrivato con lo zainone in spalla, e subito mi hanno sbattuto dentro quel posto magico che era l’ospedale: dieci piani, 11 sale operatorie, qualsiasi reparto funzionante e competitivo.
Non credo di dover aggiungere altro. Mi sentivo in Grey’s Anatomy, con tanto di giro pazienti e domande, interventi cui assistere, cui partecipare, durante cui suturare e afferrare in mano finalmente un bisturi macchiato di sangue.  “I am the scrubber student, doctor!” …era la mia frase preferita!
Ero, e probabilmente sono, una chiara nullità, uno studente tutto sfrigolante ed eccitato solo perché indossavo un camice, ma l’equivalente di un criceto nella gerarchia dei medici, eppure avevo il mio posto, il mio ruolo, la mia piccola responsabilità, la mia buona dose di considerazione da parte dei dottori, così come da routine per gli studenti del posto.

Questo ti fa apprezzare veramente quello che un giorno sarà il tuo dovere – ci tengo a non chiamarlo lavoro – e comprendere il fine di tanto studio sui libri e senza pratica.
La settimana in ospedale era pesante, sia chiaro, ma solo se eri tu a volere che lo fosse, e credo che a 23 anni dovresti essere così pieno di vita e di energie da trovare il tempo di abbracciare tanti altri aspetti della città, anche se devi alzarti alle 5:30 del mattino.

Così scoprivo e cercavo, poco per volta, pub dopo pub, parola dopo parola, storia dopo storia; volevo impossessarmi di tutto ciò che la città aveva da offrirmi, perché è il solo modo per conoscere davvero un posto e una cultura.
Terrazze colorate dove ballare psichedelica musica francese anni 80, una lingua mista di arabo, francese e inglese che stentavi a seguire, figuriamoci a capire, appartamenti antichi, distrutti da guerre ormai dimenticate, pieni di gente in festa, dove perdersi tra luci rosse, fiumi di alcool e abiti appesi al tetto come decorazioni, party costosissimi in perfetto stile americano sull’attico di palazzi che probabilmente costano più del mio intero paese, feste in riva al mare, pub in legno con banconi lunghi pieni di shots, bottiglie ovunque come in un sogno  vintage, antico, rockettaro, “arac’k” e acqua, vodka, gin olio tabasco e olive, sigarette meno costose di un pacco di chewing gum e cocktail dai prezzi esagerati, occhi di un verde sporco, torbido, affascinante, gente ricca che sfreccia su Cadillac e Ferrari, e bambini nudi per la strada che accettano persino del pane già morso da qualcun altro, un caldo appiccicoso, eccitante, tipico, un traffico che si fa fatica a credere vero.
E’ così che la città ti entra dentro, o almeno così è stato per me.
12027201_1009103295800180_5922972280471250838_oNon potevo fare a meno di perdermi in mezzo ai racconti di una guerra che li aveva terrorizzati, costretti alla fuga, non potevo fare a meno di mangiare quel cibo così pieno di cose buone che assumevano tutto un altro sapore se prese con le mani, di chiedere, chiedere e ancora chiedere se la paura fosse ancora qualcosa che toccavano con mano, se il mondo, i media raccontassero veramente quello che succedeva in queste terre abbandonate da Dio, ma soprattutto se loro si riconoscessero arabi o occidentali, perché scorgevo una leggera crisi d’identità, una sorta di confusione, in mezzo ad una città che cresceva giorno dopo giorno, piena di palazzi, fast food figli del capitalismo americano, ma con una radice araba.
Così mi rendevo conto delle profonde contraddizioni di questo posto, di questa terra, ancora in bilico: pronta ad uscire dal degrado, da una cultura vecchia secoli, ma non ancora abbastanza convinta. Ho preso parte a delle proteste pacifiche, giù per le strade a chiedere e urlare libertà, a sostenere i giovani contro gli adulti: il divario generazionale era palpabile. In Libano c’è ancora violenza giustificata, abuso di potere legale, non c’è diritto di opinione seppure la legge lo preveda, c’è un dolore sommerso da una vita mondana come poche al mondo.

Se senti il bisogno di essere in pace con te stesso,  di conoscere, di andare oltre la superficie, affondi le mani e tocchi la cultura araba, i paradossi di come convive con la modernità, e scopri gli aspetti che stenti a credere possibili.
Nessuno ti costringe ad uscire fuori dalla sicurezza della Beirut ricca, sexy , divertente e indimenticabile, ma se lo fai, fuori da Beirut il sapore arabo ti pervade completamente: trovi Byblos, Baabda, ma soprattutto Tripoli, piena di questi enormi mercati, economici, confusionari, e poi moschee, chiese, palazzi, antiche rovine da imprimere nei propri ricordi.

Il mio viaggio è stato fortunato, inaspettato, da rifare.
Sono partito come un cieco che affronta l’autostrada: incerto, inconsapevole.

Poi tutto è diventato perfetto.

Di certo non cercavo il pericolo ma ho girato quanto basta per assaporare il Libano fin nel profondo.
Ho amato il Libano, mi pare sia evidente, forse perché è stato il mio primo scambio, forse perché ho sempre sognato, forse perché ho fiducia in un paese che sembra unito, in cui tutti sembrano contribuire nel loro piccolo, forse perché è così diverso e così simile alla mia terra.

Andate e toccate con mano.
Provate il brivido di questa terra.
Andate, e amate Beirut.
Sahten!

Salvatore Raccuglia