Perché la COP21 non è un’occasione persa

Benedetta Rossi, Cop21 IFMSA delegate, ci racconta l’esperienza vissuta alla Conferenza delle Parti di Parigi.

11130184_780222895359591_267284219589366224_nDurante il mese di Dicembre, il riflettore su Parigi è stato enorme, poiché leader mondiali, attivisti, ricercatori, uomini d’affari e giornalisti si sono riuniti per le olimpiadi della giustizia climatica – la 21ª Conferenza delle Parti, meglio conosciuta come COP21.

La bozza dell’accordo era tanto famosa quanto chiacchierata ancora prima della cerimonia di apertura tenutasi a Le Bourget il 29 novembre scorso: “L’accordo di Parigi salverà il pianeta?”, “L’accordo di Parigi sarà un fiasco come quello di Copenaghen?”, “Si riuscirà a raggiungere un accordo ambizioso, globale e vincolante?”.
Ad accordo concluso -nonostante molti interrogativi ancora permangano-, gli esperti  concordano affermando che si è raggiunto un ottimo risultato, numerose associazioni che si occupano di clima si ritengono soddisfatte e più della metà dei governi sostengono che il risultato sia più che positivo.

Ma oltre al risultato e alla retorica, cosa è successo per due interminabili, stancanti e travolgenti settimane?

La prima settimana di COP è stata in realtà una settimana di soli negoziati, definiti ADP (Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action).
Durante questi incontri, i delegati dei diversi stati o delle coalizioni si sono distribuiti in sessioni parallele per confrontarsi -o meglio, litigare con stile- ed emendare la bozza dell’Agreement. Ogni discussione, incentrata su un tema differente, sarebbe dovuta essere a porte aperte: le diverse ONGs e la stampa, avrebbero avuto dunque il diritto di parteciparvi, ma per i temi più caldi come gli scopi del trattato e la finanza, le cose sono andate diversamente: non è mai stato reso pubblico l’orario e il luogo di incontro.
Solo grazie all’aiuto di qualche infiltrato si riusciva ad avere indiscrezioni in tempo utile, in altra maniera gli stravolgimenti al testo inquinavano le prime pagine dei bollettini ufficiali il mattino dopo, limitando totalmente lo spazio di manovra per qualsiasi azione di contrasto.

La seconda settimana, con i negoziati che stavano ormai volgendo al termine, il clima era molto più teso e frenetico. A 48 ore dalla chiusura dell’evento, è stata presentata l’ultima versione della bozza dell’accordo che ha lasciato insoddisfatti molti Paesi, ma soprattutto la società civile, uno degli attori più importanti di questo evento.
Temi come i diritti umani, la salute e la tutela dei diritti dei popoli indigeni sono stati eliminati dal testo e l’ambizioso progetto di limitare l’aumento della temperatura a un tetto massimo di 1,5ºC (rispetto ai 2ºC precedentemente dichiarati) non è stato preso in considerazione perché i Paesi proponenti hanno ritirato la proposta in favore di un compromesso più conveniente.
A meno di 48 ore dalla chiusura dei lavori, tutti i partecipanti dell’evento hanno lottato affinché i propri interessi fossero inseriti nell’accordo.
IMG_6107Fra questi c’eravamo anche noi studenti di medicina, rappresentati dall’International Federation of Medical Students’ Associations (IFMSA), con lo scopo di mettere in risalto la forte connessione fra cambiamento climatico e salute.
Ho fatto parte della delegazione e il nostro lavoro alla COP, come giovani attivisti e promotori di salute pubblica, è stato quello di influenzare i negoziati. Il processo di lobby, apparentemente semplice, è stato un complesso meccanismo iniziato mesi prima della COP e ha visto coinvolte molte figure: dalle organizzazioni non governative all’Organizzazione Mondiale della Sanità; dalla stampa agli Stati, conosciuti come parti.

Se inizialmente il rapporto con gli Stati era veicolato solo da mail con richiesta di incontro, dopo l’inaspettata rimozione della parola salute dal testo, i nostri piani diplomatici sono tramutati in attivismo dirompente.
Abbiamo raggiunto quasi tutti i Paesi usando strategie informali: fare irruzione negli uffici per farci ascoltare, aspettare i membri fuori dalla sala dei negoziati oppure semplicemente fermare i negoziatori durante la pausa caffè. L’obiettivo era quello di suggerire loro emendamenti che includessero la salute da apportare al documento. Il Perù, nella figura di Manuel Pulgar-Vidal (ministro dell’Ambiente e presidente della passata COP), si è dimostrato estremamente interessato e ci ha fornito informazioni cruciali riguardanti le coalizioni del Sud America e quindi gli Stati da approcciare per avere una maggiore probabilità di successo.Grazie a contatti interni, siamo riusciti a far riaprire la discussione su uno degli articoli più discussi, quello degli scopi dell’accordo, e soprattutto abbiamo fatto incontrare segretamente gli stati interessati, capitanati da Cile e Nigeria con a ruota Brasile, Sudan e Uganda.
In accordo con l’OMS abbiamo invitato ad un meeting i Paesi che si sono dimostrati favorevoli alla reintroduzione della Salute nel testo. Questo ha dato possibilità di confronto e creazione di alleanze, oltre che sviluppo di una strategia comune e compatta.
I Paesi europei sono stati i più difficili da approcciare, perché, pur mantenendo una propria integrità politica, negoziano come stato unico, attraverso i capidelegazione dell’Unione Europea, diversamente dagli stati latinoamericani e asiatici su cui abbiamo esercitato una buona pressione.

12342342_10206646636899446_7403989989783291105_nNelle ultime ore, in cui i delegati ancora erano rinchiusi a Le Bourget per raggiungere l’accordo (e sono rimasti fino alle prime ore del mattino davanti a tazze di caffè), la società civile si è radunata nelle piazze e nelle strade di Parigi, nonostante fosse stato negato loro il permesso. Grazie al movimento LA ZONE D’ACTION POUR LE CLIMAT, la società civile ha avuto una forte voce: il filo rosso di persone mobilitate che ha squarciato Parigi il 12 Dicembre scorso, ha avuto più risonanza dell’ultimo giorno di plenaria. La consapevolezza che questa COP non sarà fra le ultime e che il lavoro da fare dovrà continuare in modo costante anche oltre Parigi, dev’essere il nuovo punto di partenza.
In uno scenario con 1,5ºC gli effetti non saranno comunque da trascurare: sarà necessario puntare sul campo della ricerca per l’investimento nel rinnovabile, creare programmi di supporto nelle terre deforestificate e continuare ad informare la popolazione sulle conseguenze catastrofiche di un mondo con il riscaldamento globale. Come studenti di medicina invece, sarà importante sensibilizzare la popolazione, promuovere corsi interdisciplinari nelle università e attuare piani adeguati di salute pubblica, di prevenzione e promozione di un corretto stile di vita.

Benedetta Rossi