reMIND – Ricordi di un laboratorio di salute mentale

A poco più di un mese dall’evento Claudia, Lorenza e Simona, che hanno vissuto il MIND in prima 10996000_10206292654307318_730785349456756314_npersona rispettivamente come trainer e partecipanti, intervistano il gruppo per ricostruire e raccontare questa fantastica esperienza.

 

Che cos’è il MIND?

<<È imbarazzante… mi aspettavo una domanda più semplice>>.

Sì, insomma, sembra facile dire “laboratorio s12606935_10208334581422974_374310601_nulla salute mentale” che, come suggerisce il titolo stesso (Mental Illness 12583720_10207039129048784_1529713722_nand New Doctors), cerca di coinvolgere i futuri medici nel creare una nuova visione della malattia mentale.

Anche oggi, a due mesi dalla realizzazione del progetto, che ha avuto luogo a Bisceglie (BAT) dal 4 al 6 dicembre 2015 e ha visto coinvolti 25 SISMici da tutto lo stivale, non siamo riusciti a trovare un modo definitivo ed univoco per raccontarvi cos’è stata quest’esperienza per noi: per questo ci affideremo alle testimonianze di chi ha partecipato in qualità di

TRAINER TRAINEE

Cominciamo dalle basi: la salute mentale, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, èuno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne ed ai conflitti interni”.

Voi, invece, come la definireste?
Marta: <<Io immagino un caleidoscopio di elementi in equilibrio dinamico tra loro>>.
Claudia: <<La percezione di questo equilibrio è soggettiva: d’altronde chi altri può sapere meglio di noi stessi se viviamo in uno “stato di benessere” (che comunque non vuol dire essere felici)? In generale, si tende ad identificare la salute con l’assenza di malattia, ma se applichiamo questo criterio alla salute mentale ci accorgiamo della sua assoluta inadeguatezza. A me piace molto la definizione presentata nella Carta di Ottawa del 1986, che descrive la salute mentale come: una risorsa per la vita quotidiana, che permette di valorizzare le proprie potenzialità, in modo da soddisfare prerogative sia personali (fisiche e mentali) sia esterne (sociali e materiali)>>
Omar:<< Io la interpreto come una sorta di omeostasi tra tutto ciò che fa stare bene e ciò che non fa stare bene>>.
Marisol: <<La ricerca ed il mantenimento dell’equilibrio dipendono molto dalle persone e dalle situazioni che incontriamo.>>
Samuele: <<Forse anche il non soffrire… sentirsi accettati nel mondo in cui si vive per come si è.>>
Simona: <<È anche accettare sé stessi.>>
Jorma: <<Certo, stare bene con sé stessi apre la possibilità di stare bene con gli altri.>>

Ma perché un concetto che sembra così ovvio necessita di un approfondimento? Perché è importante parlare di DSCN0374salute mentale?
Dario:<<Non è importante, ma fondamentale che noi per primi cerchiamo di comprendere il nostro ruolo, in quanto futuri medici, nel promuovere la salute mentale>>.
Marta: <<E per fare questo dobbiamo spostare l’attenzione dalla malattia al malato, alla persona che abbiamo di fronte, con le sue emozioni, sensazioni e pensieri>>.
Claudia: <<E con essa tutta la realtà che la circonda. Si può pensare che la salute mentale riguardi più il mondo interno dell’individuo, ma in realtà ci sono moltissimi elementi che la determinano che fanno parte della sfera sociale (lavoro, famiglia, contesto socio-politico, relazioni amicali o intime, hobby…) ed è importante riconoscerli, anche nella relazione medico-paziente>>.
Simona: <<In realtà questo tema viene affrontato più che altro per contrasto, evidenziando l’aspetto patologico, il che causa stigma ed emarginazione verso i malati>>.
Marisol: <<Questa netta demarcazione tra salute e malattia è fittizia, e non è tutta a carico del malato: c’è un forte contributo da parte dell’ambiente sociale nel determinare lo stato di salute mentale ed il suo recupero>>.
Jorma:<<E quando ci rendiamo conto della nostra responsabilità nella vita altrui abbiamo gli strumenti per lottare per gli “ultimi”, coloro che non possono rivendicare i propri diritti, che vengono bollati come pazzi, e per una vita al massimo delle possibilità di ognuno>>

Quindi in realtà parlare di salute mentale è difficile?
Claudia: <<In generale sì. Avete mai pensato di parlare di salute mentale al pub invece che di gossip? Richiede molta più introspezione. E’ un concetto relativo, che prende prima di tutto in considerazione gli obiettivi e le aspettative personali, ed è facile convincersi che ciò che sta bene a me deve stare bene a tutti>>.
Letizia:<<E poi le proprie esperienze ed emozioni sono determinanti: si può non aver mai affrontato una problematica simile, quindi non sentirsi coinvolti>>.
Marta:<<Nello specifico il nostro sistema formativo è molto concentrato sullo studio della patologia, con un approccio settoriale, dimenticando che anche un chirurgo deve avere consapevolezza del suo ruolo nel determinare la salute mentale del paziente.>>
Claudia:<<Ciò che accade è invece che un disagio può essere ritenuto non pertinente, o, nel caso sia riconosciuto, posto all’attenzione di una figura professionale specifica, come uno psicologo o uno psichiatra, definendo l’assioma “disagio uguale malattia”, senza lasciare spazi per le sfumature.
Come formatrice, durante questo progetto, mi sono trovata a parlare di salute mentale con 21 persone straordinarie che si sono messe in gioco completamente.  Ammetto però che a volte il background comune di studenti in Medicina e Chirurgia è emerso in modo preponderante, spostando la discussione su sintomi, diagnosi e prognosi. È davvero necessario agire sulle nuove generazioni di medici, in particolare ai primi anni, demedicalizzando il rapporto con la salute mentale e permettendo loro di sperimentarne il lato umano.>>
Samuele<<Sì. Immaginiamo la salute mentale come una figura variopinta dai contorni sfumati, a volte indistinguibili. Siamo noi stessi ad aver paura di uscire dai bordi, e invece bisogna parlare e riparlare di questi bordi>>.
Noemi: <<Ciò che intende Samu credo sia che il limite tra salute e malattia mentale non è netto, in quanto si basa sul disagio percepito dalla persona stessa, che può essere sottovalutato o non visto in assoluto>>.
Marisol<<Proprio perché è una valutazione soggettiva si rischia di vedere delle sfumature “non normali”  in sé stessi.>>
Jorma: << E questo fa paura, allora preferiamo ignorare tutto l’argomento>>
Omar: << Si teme di diventare giudici o essere giudicati malati>>.
Caterina:<<E la malattia mentale fa davvero paura, perché sembra una condanna a vita>>

Ma nel corso di laurea è già presente un insegnamento di  psichiatria, non è sufficiente?
Letizia:<<Premesso che io penso che un argomento intenso come questo vada compreso di pancia, nell’insegnamento di psichiatria vengono presentati criteri diagnostici per definire lo sbagliato, lo stereotipo che deve essere evitato. Si pone l’accento sulle deficienze del singolo e non si valuta il contesto sociale: metaforicamente la psichiatria continua a chiudere i malati in una stanza  e li rende altro dal resto del mondo>>.
Marta: <<Si ritorna al concetto di settorialità di cui parlavo prima:  la psichiatria è lo studio di un particolare gruppo di patologie, ma durante questo laboratorio abbiamo cercato di distaccarci dalla patologia e ripartire dalla salute, che è un elemento globale. Abbiamo provato ad introdurre elementi del rapporto medico-paziente, provando anche ad immaginare cosa cambia quando si ha a che fare con una persona che soffre di disturbo psichiatrico>>.
Omar:<< Limitare la malattia mentale alla psichiatria è riduttivo. L’aspetto biologico deve integrarsi con l’ambiente (sociale, la presenza di una rete…)>>.
Jorma: <<Infatti. Nel concetto di salute mentale bisogna coinvolgere tutti gli aspetti della persona, coinvolgere i cari e ricercare la dignità di vivere>>.
Marisol: << In più non fa altro che accrescere il muro che separa i sani dai malati, ingigantendo lo stigma>>.

4Quindi avete avuto anche modo di evidenziare gli aspetti del rapporto medico-paziente che coinvolgono la salute mentale?
Marta: <<Assolutamente sì. Era tra gli obiettivi principali e più ambiziosi, anche perché non sono trattati durante alcun programma accademico. Abbiamo preso in prestito delle tecniche di improvvisazione teatrale e, seguendo dei canovacci molto brevi e semplici, realizzato delle simulazioni di colloquio medico-paziente per stimolare il dibattito tra i partecipanti. Abbiamo insistito molto sui concetti di ascolto attivo, resilienza (la capacità di far fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà) e recovery (il processo attivo, dinamico e altamente individuale, attraverso cui una persona assume la responsabilità della propria vita e sviluppa uno specifico insieme di strategie rivolte non solo al fronteggiamento dei sintomi, ma anche alle minacce secondarie della disabilità, che comprendono stigma, discriminazione ed esclusione sociale)>>.
Claudia:<<La peculiarità è che, quando si parla di un paziente con un disturbo psichiatrico, ci si dimentica che anche lui può avere un’influenza come chiunque altro!Questo aspetto del laboratorio è stato davvero quello più difficile, perché noi non siamo ancora medici, i pazienti non c’erano, quindi era tutto un po’ finto. Però, allo stesso tempo portare un paziente psichiatrico avrebbe significato negare tutto ciò che avevamo affermato fino ad un attimo prima: alla sola idea mi viene in mente una scolaresca che va allo zoo.>>
Jorma: <<<Sì. Parlando di psichiatria si pone sempre l’accento sulla diagnosi ed i  farmaci e si trascura il rapporto medico paziente, pensando che sia sufficiente la gentilezza. Il medico invece deve essere una sorta di camaleonte ed adattarsi alle esigenze del paziente, creando un’alchimia che sia funzionale ai bisogni di quest’ultimo; ognuno di noi deve trovare il proprio modo di essere medico a partire dalla persona che è, guardando verso la persona che abbiamo di fronte>>.

Okay, forse è arrivato davvero il momento di spiegarci cos’è stato il MIND
Marta:<<Concretamente un laboratorio residenziale di tre giorni e due notti, creato e destinato a studenti in Medicina e chirurgia, che si pone l’obiettivo di aumentare la consapevolezza su molteplici aspetti riguardanti la salute mentale: evidenziare quali e quanti siano gli elementi che determinano lo stato di salute mentale, far emergere le trappole sociali come lo stigma e la dicotomia tra normale e anormale, come questi si ripercuotono sul rapporto medico (non necessariamente psichiatra) – paziente,  discutere della situazione legislativa e dei servizi nel contesto in cui andremo ad operare, ovvero l’Italia.
Dario: <<Questo progetto è il frutto del duro lavoro di un gruppo di autoformazione interno alla nostra associazione, un manipolo di folli, andato avanti per oltre un anno,  che ha attraversato molteplici fasi: brainstorming, ricerca di informazioni, definizione di obiettivi specifici e pianificazione. Abbiamo anche fatto delle “prove”, delle mini sessioni per valutare l’efficacia del metodo che stavamo utilizzando ed i feedback. Ha visto la partecipazione di 4 formatori e 21 partecipanti da tutta Italia. È il risultato di profonde riflessioni, del nostro metterci in gioco completamente come esseri umani.>>
Marisol: <<È stato un incontro tra persone e tra professionisti in divenire>>.
Jorma: <<Ci siamo confrontati tra noi, ma sopratutto ognuno con sé stesso, riuscendo a far emergere pregiudizi che non sapevamo di avere: è stata l’occasione per demolire, crescere e diventare una persona migliore>>

Avete parlato di “laboratorio”, “confronto alla pari”, “mettersi in gioco”… potete spiegare meglio in cosa consiste il metodo formativo su cui si basa il MIND?
Dario:<<Confronto alla pari vuol dire che è un progetto nato da studenti per studenti, dove la crescita e la formazione sono reciproche tra trainer e trainee,  viene abolito il  rapporto verticale tra chi sa e chi invece deve solo apprendere. Questi momenti così strutturati, che  permettono un apprendimento attivo, anzi un’educazione (dal latino ex-ducere, portare fuori) si chiamano Educazione Non-Formale (NFE). Nello specifico è  un percorso maieutico, attraverso il quale supportare ciascun partecipante nel prendere consapevolezza dei molteplici aspetti della salute mentale>>.
Claudia: <<Come abbiamo detto prima, il grosso limite nel discutere di salute mentale è che la maggior parte delle persone ha un’esperienza diretta limitata, quindi noi abbiamo concretamente messo i partecipanti in condizione di riflettere su situazioni complesse e per lo più a loro nuove e confrontarsi tra loro ma anche con le proprie emozioni, giudizi e limiti. Lo abbiamo fatto con esercizi banali, giochi di immedesimazione o semplicemente chiedendo di schierarsi a favore o contro alcune affermazioni.>>
Letizia: <<In questi contesti si impara perché si riesce a parlare realmente di ciò che si pensa. Attraversando dei punti cardine si cerca di sciogliere il pensiero di ognuno: di norma tendiamo a nascondere le nostre opinioni agli altri, ma anche a noi stessi per timore di essere giudicati.  Creando un contesto rispettoso in cui non esiste il giudizio, si permette ad ognuno di far emergere la propria consapevolezza e rafforzarla.>>
Marta:<<Ovviamente non abbiamo solo fatto giochi, ma abbiamo sfruttato anche l’intervento di una psichiatra operante sul territorio di Bari, delle presentazioni più informative ed anche il cineforum>>.
Omar: <<L’Educazione Non Formale, ormai perno della nostra associazione, è un metodo che permette di creare discussioni e dibattiti guidati dai trainer. Inoltre, abbiamo visto molteplici video ed è intervenuta una psichiatra. A mio parere c’è stato un buon equilibrio sia tra il dibattito che l’attività più “informativa”>>.
Jorma: <<Questo metodo “misto” ha permesso di aprire una finestra su momenti ed esperienze che non avremmo potuto immaginare: abbiamo provato ad immedesimarci in persone che vivono con un disturbo mentale ed i loro cari, come parlano, quello che pensano.>>

5Avete più volte usato la parola stigma: di derivazione greca, significa “segno, marchio”. Cosa vuol dire “marchiare” nell’ambito della salute e malattia mentale?
Marta:<<Il marchio della malattia mentale è un marchio a fuoco…>>
Claudia: <<permanente, basta che ti ammali una volta e sei etichettato, anche in settori della vita che non necessariamente sono interessati dalla malattia.>>
Marta: <<È una conseguenza dell’ignoranza, e l’ignoranza genera paura>>.
Claudia : <<Ed è anche un invertire i nessi causali tra le cose. Faccio un esempio: Pinco prende a pugni Pallino, Pinco è una persona violenta. Se Pinco ha un disturbo psichiatrico e prende a pugni Pallino, Pinco è violento in quanto malato psichiatrico, pertanto i pazzi sono pericolosi. È una  differenza sottile.>>
Omar: <<Vuol dire etichettare, in questo caso in senso negativo, qualcosa che non si conosce. È il modo intrinseco in cui gli esseri umani conoscono la realtà, per categorie, eppure è possibile andare oltre: informando e per esperienza diretta>>
Caterina: <<Sì, infatti le idee che si elaborano sono grossolane, per sentito dire o in relazione ad aspetti culturali. Invece basta pensarci, conoscere, per sgretolare questo stigma, come se si potesse espandere il MIND a tutta la popolazione>>
Samuele: <<Bisogna davvero portare alla luce il soggetto dello stigma.>>
Noemi: << Però secondo me esiste anche un altro tipo di stigma, quello che porta a sottovalutare il disagio psichico. Ad esempio, spesso si dice ad una persona “ma la smetti di essere depresso?”, umiliandola.>>

Altra parola chiave è “normalità”, dalla connotazione emotiva forte. Cosa ne pensate?
Letizia: <<A me fa pensare ad un bel tappeto sotto cui buttare tutta la nostra immondizia, qualcosa che ci dà sicurezza e che funge da scusante per come agiamo, per non chiedersi e non pensare>>
Claudia:<<Lasciatemi fare un po’ la secchiona: se prendiamo un gruppo di individui ed esaminiamo i loro comportamenti, il loro modo di percepire e relazionarsi con l’ambiente, la capacità di adattarsi a delle regole condivise, molti di essi saranno più o meno “omologati”, simili, normali. Ciò vuol dire che l’insieme delle caratteristiche più frequenti sono definibili come normalità. E’ un concetto puramente statistico, che dice poco del benessere del singolo (ci sono persone che si adattano perfettamente all’ambiente, ma che non ne sono affatto soddisfatte). In compenso, la capacità di adattarsi ad un ambiente incide positivamente su quei determinanti di salute mentale di cui abbiamo parlato prima: trovare un lavoro ed esercitare un ruolo attivo e gratificante nella società, avere un partner, amici. La sfida è riuscire a distruggere nelle nostre menti l’equivalenza normale = giusto, ed ancor più il giudizio anormale = malato, ma garantire degli spazi di inclusione e sopratutto di dialogo, in cui ciò che conta è il benessere del singolo, dal suo personale punto di vista.>>
Samuele:<<Penso che sia una gabbia>>
Caterina: <<Forse sì… più che altro è variabile, dipende dai parametri usati>>.
Marisol: <<La normalità assoluta è qualcosa che non esiste, e dipende da come percepiamo noi stessi nell’ambiente. Credo che sia avere una percezione di sé il più simile a quella della popolazione a cui si appartiene.>>
Omar: <<È qualcosa che va sentito di pancia: secondo me la si definisce secondo i propri standard e canoni a seconda dalle esperienze vissute. Penso, però, che ci sia sì una normalità in un gruppo che si è dato delle regole da seguire.>>
Samuele: <<Quindi qualcosa di assolutamente arbitrario… una gabbia, appunto>>.

Okay, grazie per la pazienza…ed ora spazio alle emozioni: qual è stato il momento o l’aspetto del MIND che ti porterai nel cuore?
Marta: <<Maddai! Questo non si può fare, è come chiedere “quale figlio preferisci?” Forse il Magic Pill: immagina di poter avere una pillola magica, che possa far guarire completamente un paziente, ma di dover scegliere tra cinque pazienti uno solo a cui darla. E tutto questo non conoscendo la storia dei cinque pazienti per intero, ma a poco a poco. Ad ogni fase si conoscono dettagli ed informazioni in più su ogni paziente,e di volta in volta i partecipanti scelgono il ricevente della magic pill, ragionando su quelli che sono i determinanti della malattia mentale e come influenzino decorso e gravità.  Gli altri trainer non avevano mai fatto questa attività, quindi gliel’ho spiegata e ci ho tenuto tanto che fosse inserita: me la sono proprio coccolata, ed è stata una scelta vincente, l’emblema dell’orgoglio del lavoro fatto. Quando è finito ho pensato “dai che forse stiamo facendo una cosa bella”. >>
Claudia:<<E’ vero, il Magic Pill è stato davvero una bomba di emozioni: : come ultimo step abbiamo letto delle testimonianze dei personaggi reali su cui abbiamo basato l’attività, ed il punto di vista soggettivo su quelli che prima erano solo sintomi e segni ha sgretolato il giudizio, la diagnosi facendo spazio alla relazione. Si è insistito molto in quella attività sul concetto di normalità e sono emersi tantissimi pregiudizi(la donna non sposata con un figlio, le dipendenze da sostanze d’abuso come colpa da espiare). Per me, però, il percorso nella sua interezza è stato l’avventura. Per conoscere, capire, ottenere questi spaccati di vita, che poi sono stati alla base del lavoro, ci siamo intrufolati nei luoghi della salute mentale, conoscendo realtà e sopratutto persone che per me hanno rappresentato una fonte di crescita immensa ed un punto di svolta nella mia vita. Ho conosciuto la realtà dei CRAP (Comunità Riabilitativa Assistenziale Psichiatrica),  di squadre sportive indirizzate agli utenti dei servizi di salute mentale, cineforum, laboratori teatrali nei Ser-D (Servizi di recupero per le dipendenze patologiche).  La cosa che mi porterò nel cuore sono queste persone, una delle quali oggi non c’è più; rapportarmi con loro mi ha posto davanti a grandissimi limiti, allo stigma, ai giudizi che ho e che mi porterò sempre dietro.
Sicuramente il lavoro con il gruppo di autoformazione, il portare avanti un lavoro complesso partendo da un’idea assolutamente astratta, condivisa con un (allora) sconosciuto su un autobus Messina – Catania è stato un banco di prova inestimabile, oltre che un momento di apertura immensa alla possibilità di creare, fallire… o di essere ritenuta pazza.>>
Omar:<<Tre cose: il gruppo, sia partecipanti che trainer; il documentario ,“I giardini di Abele” (di Sergio Zavoli del 1968, che parla dell’esperienza di Basaglia nel manicomio di Gorizia all’inizio degli anni ’60 attraverso interviste ai pazienti che vi erano internati, che avevano vissuto in prima persona la transizione dalla struttura manicomiale chiusa all’apertura verso la società e il riconoscimento di diritti civili ai pazienti psichiatrici) che mi porterò dentro per tanto; l’attività della Magic Pill” e soprattutto il fatto di scoprire che è stato basato su storie vere>>.
Caterina:<<E poi attraverso il confronto con gli altri capisci quanto il tuo lato emotivo influenza le scelte>>.
Simona: <<Dovendo scegliere, mi sono piaciuti il cineforum in cui abbiamo visto “Si può fare” con pop-corn e cioccolata calda (ne consiglio la visione), il “Magic Pill” ed  il 60’’ of art: già prima del laboratorio ci è stato chiesto di inviare via e-mail un’immagine che per noi fosse rappresentativa della salute mentale e quando siamo arrivati in struttura le abbiamo trovate tutte stampate e affisse alle pareti! Il sabato mattina ci è stato chiesto di scegliere un’immagine a caso e di immaginare di esser gli artisti che l’hanno creata e di descriverla in un minuto.  E’ stato molto emozionante; ricordo ancora l’immagine dell’uomo sospeso su una fune a grande altezza, a simboleggiare l’essere sempre in bilico alla ricerca del proprio equilibrio:ci ha permesso di vedere realmente la salute mentale con gli occhi altrui.>>
Noemi: <<A me è piaciuto l’agree/disagree, un’attività di grande confronto sia tra se stessi e le idee degli altri, sia tra le idee contrastanti in ognuno di noi. I partecipanti sono in fila indiana, uno dietro l’altro. Il trainer legge delle affermazioni riguardanti la salute mentale e per ognuna ci si sposta facendo un passo a destra o a sinistra in caso di accordo o disaccordo, e da lì comincia un dibattito. Non sono frasi astratte, chiedono cose molto concrete, ad esempio se ti arrabbieresti o meno con un amico che non si presenta ad un appuntamento, anche se sai che è depresso. Sono situazioni controverse. Anche  l’incontro con la psichiatra,  in cui abbiamo discusso dei servizi territoriali in Italia è stato interessante>>.
Ilaria: <<Per me l’attività theatre based sulla comunicazione medico-paziente di cui ha già parlato Marta>>.
Jorma:<<Io mi sono sentito molto coinvolto dall’attività sulle abilità sociali. Sono abilità che gli esseri umani acquisiscono con lo sviluppo cognitivo, ad esempio comunicare, esprimere un’emozione, e vengono inficiate da alcuni tipi di patologie, per questo è nato uno speciale programma rieducativo, il Social Skill Training che cerca di far riapprendere queste abilità attraverso esercizi e simulazioni. Noi abbiamo fatto una versione un po’ particolare, aggiustata per il nostro gruppo. Abbiamo cominciato con l’essere divisi in due gruppi, uno a cui è stato assegnato il compito di parlare di un argomento a caso; all’altro quello di ascoltare senza dare feedback, senza annuire, fare domande, mostrare un qualunque interesse, ed un gruppo non sapeva quale fosse il compito dell’altro. Dopo un minuto chi parlava era sinceramente a disagio, anche se poi siamo scoppiati tutti a ridere fino alle lacrime.Però se fosse stato al di fuori del MIND? Quanto è difficile avere a che fare con una persona che ha dimenticato un’abilità così importante come ascoltare mostrando interesse? Abbiamo anche simulato qualcosa di più articolato, e ognuno di noi si è rivisto un po’:ci siamo resi conto di essere un po’ capre nel comunicare tra noi. Io ero convinto di cavarmela nel rapporto interpersonale e invece ho realizzato che c’è un ampio margine di miglioramento>>.

Come immagini il futuro di questo progetto?
Dario: <<Ci sono tante possibili strade, ma personalmente, credo che valga la pena riproporre una seconda edizione nazionale, con qualche modifica e miglioria suggerite dai feedback dei partecipanti;  alcuni di loro sono davvero entusiasti e pronti a portare avanti questo lavoro. >>
Jorma: <<Si potrebbero includere più interventi di esperti e pazienti, ad esempio>>
Caterina: <<Sarebbe utile estendere il progetto  alle realtà locali e adattare il format anche all’esterno della realtà universitaria>>
Marisol: <<Ad esempio potrebbe essere utile nelle ONLUS come formazione di volontari desiderosi di lavorare con pazienti psichiatrici, o da riproporre nelle scuole superiori.>>
Omar: <<C’è un altro progetto nel SISM, il Pre Exchange Training, un corso di formazione per gli studenti che partono per una clerkship attraverso il nostro network (circa 700 ogni anno) che potrebbero beneficiare di questo lavoro ed a loro volta potrebbero  riportare le informazioni sui servizi di salute mentale e la condizione del malato psichiatrico nel mondo>>.

Lasciate un messaggio ai futuri partecipanti del MIND
Letizia:<<Vi lascio delle parole della canzone “VIVA” degli Zen Cricus: Io sono in crisi da una vita/ forse è la mia natura/ ma penso vivamente/ che sia proprio una fortuna>>
Omar:<<È stato davvero interessante e figo, curato e per nulla superficiale: fatelo, fatelo, fatelo.>>
Noemi: <<Si torna cambiati!>>
Marisol:<< Infatti! È un viaggio dentro sé stessi. Non è stata solo una bella esperienza per il fatto di essere futuri medici, ma ti forma proprio come persona.>>
Simona:<<Se volete mettervi totalmente alla prova e sconvolgervi positivamente, allora dovreste sicuramente partecipare!>>
Jorma: <<E non dimenticate mai che quello che conta davvero è che ci sia la passione per gli esseri umani.>>

Ringraziamo per la collaborazione (in ordine alfabetico):
Samuele Barp, SL di Ferrara
Marta Caminiti, SL di Roma Sant’Andrea
Maria Laura Carbone, SL di Roma la Sapienza
Noemi Cimbalo, SL di Catanzaro
Dario Genovese, SL di Palermo
Letizia Lorusso, SL di Salerno
Omar Kakaa, SL di Torino
Jorma Ramunni, SL di Salerno
Ilaria Salandin, SL di Ferrara
Caterina Scigliano, SL di Catanzaro
e tutti i partecipanti del MIND per esserci stati.

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Lorenza Cadei, SL di Brescia, partecipante
Simona Nicoletti, SL di Foggia, partecipante
Claudia Chiurlia, SL di Bari, trainer e coordinatrice del progetto