Sudan Tropical Exchange Project

11216587_10207914166399060_1681446111255863310_nKhartoum, Sudan, sette del mattino. Suona la sveglia ma la pospongo di mezz’ora. So già che sarà inutile perché tanto i miei compagni di stanza, sicuramente più ligi di me, inizieranno a svegliarsi. Alla fine mi riaddormento prima di trovare il cellulare e la sveglia suona per oltre mezz’ora. Un copione che si ripete da ormai un mese. Vengo tirato giù dal letto, saluto Dani, e vado in cucina a prepararmi colazione, uova. Ancora uova. “Vabbé“, penso fra me e me, “in fondo le uova non sono poi così male”.

Penso anche a dove mi trovo: sono in Sudan e sono uno Stepper, cioè un partecipante dello STEP, il Sudan Tropical Exchange Project. Mi trovo assieme ad altri 25 ragazzi: in tutto siamo 18 italiani, 2 spagnoli e 6 olandesi, in un’enorme casa nel centro di Khartoum. É ormai da un mese che convivo – e condivido ogni attimo – con loro e ormai siamo un gruppo più che affiatato. Ne sono successe di cose in un mese, ne sono successe tantissime, e mi sembra incredibile che sia già passato tutto questo tempo. Ho visto e imparato tantissimo e sicuramente non ho la stessa visione della vita di un mese fa.

Alle 8.15 arriva, come quasi ogni mattina, il pullman che ci porterà in università a seguire lezioni frontali riguardanti malattie tropicali seguite da un giro in uno dei vari ospedali della capitale sudanese, dal Tropical Disease Hospital ad un ospedale pediatrico, passando per ospedali specializzati in tubercolosi o HIV. Perché è questo il cuore dello STEP: formare lo studente sulle malattie a più alta incidenza nel cuore dell’Africa, il che significa per lo più Schitostomiasi, HIV e Tubercolosi, ma anche diabete ed eventi cardio-celebro-vascolari a causa dei rapidi mutamenti nelle abitudini di vita dei sudanesi.

A questo Educational Program della durata di tre settimane si aggiunge una fantastica esperienza di cinque giorni, la “Medical Mission” in una zona molto distante dalla capitale, o come ci piaceva chiamarla “In the middle of nowhere”. Assieme ad oltre cento fra medici, tecnici di laboratorio  e studenti di medicina, tutti sudanesi, ogni mattina ci dividiamo in quattro gruppi e partiamo alla volta di un villaggio sempre diverso, nel quale si aprono due cliniche (maschile e femminile), un laboratorio di analisi e una farmacia. Diamo il massimo tutto il giorno per aiutare quelle persone, e il ruolo di noi studenti europei é quello di supportare i sudanesi in questa gigantesca opera di Public Health. Grazie alla possibilità di succedersi nei vari ruoli si ha la possibilità di aiutare sia i tecnici sia i medici, nonché di passare una giornata in farmacia a distribuire i farmaci, che è forse il ruolo che alla fine si rivela più interessante, grazie al contatto incredibile che si ha con gli abitanti del villaggio, che spesso non hanno neanche mai visto un uomo bianco.

11934975_10206060096200191_1595373454355184471_oA fine mese, per i più curiosi, si ha la possibilità di visitare il Sudan per circa dieci giorni, il cosiddetto post-STEP, un viaggio di piacere chi vi porta a scoprire zone incredibilmente meravigliose, non ho altri termini per definirle.

Consiglierei quest’esperienza? Assolutamente sì. É stata dal punto di vista umano la più grande esperienza che abbia mai vissuto, ho avuto la possibilità di vedere le piramidi sudanesi e di fare il bagno nel Mar Rosso, ho visto un modo di vivere completamente diverso dal nostro, ho passato ore sul tetto di un pullman in mezzo al deserto a guardare le stelle e ho capito che no, come medici non possiamo salvare il mondo, non possiamo salvare tutti, ma è nostro dovere fare del nostro meglio per migliorare la vita di chi ci sta intorno, almeno dal un punto di vista sanitario. Assistere ad una così imponente opera di salute pubblica è stato fantastico ed è mia precisa intenzione tornare in Africa in futuro, come medico, per poter dare il mio contributo.

Ti sei mai sentito in pericolo? No, mai. Il Sudan non è pericoloso, o almeno non lo è se si seguono le istruzioni che vengono date dagli studenti di medicina sudanesi (che saranno sempre assieme a voi). Non rinunciate a questo progetto per un senso di pericolo che, vi garantisco, è assolutamente mal riposto.

Concludo sottolineando quanto questo progetto sia stato non solo importante per la mia formazione come futuro medico, ma soprattutto per la mia formazione come futuro essere umano. Applicate, viaggiate, guardate, imparate. Solo così potremo comprendere e capire gli altri, solo così potremo imparare a vivere tutti assieme. Perché in fondo uno degli scopi del progetto, una delle motivazioni che ha spinto i sudanesi a creare tutto ciò, é proprio questo: conoscersi.

Umberto Rosso