“Sì, lo voglio”. E lo urlo a gran voce.

10407833_1585704344980620_5388641904376468544_nAlle volte mi chiedo se la gente si rende conto di quello che dice, del peso delle parole pronunciate e dei fatti che spesso seguono tanti discorsi. Questa è una domanda che mi sono posta dopo aver riflettuto su ciò che mi è accaduto e vorrei partire dalla mia esperienza, perché forse può essere capitata anche a voi.

Il ventitré gennaio il trillo dell’Italia scesa in piazza che invita l’altra parte ancora dormiente per “svegliarsi” sul fronte delle unioni civili si è fatto sentire e posso dire di esserci stata, di essermi sentita “utile” e parte di qualcosa più grande di me, che coinvolge tutti, perché ritengo che mettersi in gioco per far sì che la gente sia davvero uguale non è mai sbagliato.Immagine 1
Con mio sommo sconcerto mi sono però resa conto che tante persone ne hanno approfittato per esprimere la loro opinione laddove le “opinioni” invece erano soltanto offese, e spesso anche pesanti.
Ritrovandomi sul tardi della stessa giornata a navigare sui social network, ecco che – all’apprezzare di una foto di amici che hanno partecipato al flashmob – l’ondata di commenti negativi si è palesata dinanzi al mio schermo.
Tra i “vergogna!”, i “fate schifo!”, sono arrivati anche commenti ben precisi indirizzati a me, tra cui un “Barbara, allora presta loro anche il tuo utero e vendi il bimbo a una coppia che lo desidera. Sei disposta? Hai capito?” e anche un “ma che stai dicendo? I bambini sono fortemente psicolabili dalla figura dei genitori e possono diventare omosessuali anche loro. Hai capito?”.

Tutto questo mi ha lasciato amareggiata, delusa, umiliata, e con un senso di fallimento davvero pesante. Se penso al fatto che questi commenti mi sono stati rivolti da colleghi, mi sale anche una rabbia non indifferente.
Mi sono sentita sconfitta perché, da militante nell’area SCORA, avevo pensato di riuscire nell’estendere dei messaggi in grado di scuotere gli animi al fine di lottare per la vera uguaglianza contro tutte le ingiustizie e gli stigmi anche sociali tuttora presenti e invece mi sono scontrata una mentalità a dir poco granitica.
Quell’hai capito? che mi è stato detto non una, ma due volte, poi, mi ha fatto arrabbiare perché mi è stato dato a intendere che sono un’ignorante e che tutto quello che ho detto e fatto non è servito, frustrandomi ancora di più.

Malgrado ciò, ho avuto la conferma che chi tanto si erge risoluto a combattere contro il DDL Cirinnà non sa nemmeno di cosa tratta, lasciando che l’ignoranza si spanda a macchia d’olio e avvalendosi sempre delle urla e delle offese giacché non si riesce a non parlare civilmente, anche alla luce degli episodi del – tristemente – famoso Family day.
Mi è stato ulteriormente dimostrato che l’intelligenza non deriva dal sapere acquisito sui libri per nulla contestualizzato, ma da come il sapere acquisito venga adoperato.

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Si ringrazia Il Rinoceronte per avermi dato il permesso di utilizzare l’immagine.

Vorrei quindi cogliere l’occasione per parlarne in breve, per fare chiarezza e perché informare non fa mai male. Sarò forse ripetitiva, ma credo davvero che l’informazione – quella vera – possa fare tanto: conoscere aiuta a capire tante cose e a non restare parte passiva della propria vita. Ovviamente, essendo che dal disegno di legge alla legge approvata ci sono stati sostanziali cambiamenti, penso possa essere utile fare le opportune differenze. All’inizio la legge constava di ben 23 articoli, mentre ora se ne ha soltanto uno con 69 commi.

Il DDL Cirinnà (così come viene comunemente chiamato) regolamenta sia le unioni civili tra persone dello stesso sesso sia le convivenze (tutte, indipendentemente dal sesso dei membri della coppia) che in Italia esistono già, ma su cui sono state apportate delle modifiche: si prevede che queste saranno disciplinate nel Codice Civile con diritti assai simili a quelli derivanti dal matrimonio. Un’unione civile giuridicamente garantisce più diritti rispetto a una convivenza; il matrimonio resta sempre il negozio giuridico che ne garantisce di più rispetto alle prime due messe assieme. Voglio soffermarmi d’ora in poi nello specifico sulle unioni civili.
L’unione civile viene definita come “specifica formazione sociale”: tale espressione si riallaccia all’Articolo 2 della Costituzione, che impegna la Repubblica a riconoscere e garantire “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.

L’unione viene sottoscritta di fronte a un ufficiale di stato civile, alla presenza di due testimoni, e viene iscritta in un registro comunale. Tale unione è certificata da un documento attestante la stessa e contenente i dati anagrafici dei coniugi, regime patrimoniale e residenza. Si può scegliere uno dei due cognomi o di adottarli entrambi. Le cause impeditive all’unione si hanno se una delle parti è: ancora sposata, un minore (salvo apposita autorizzazione), ha un’interdizione per infermità mentale, ha un legame di parentela con l’altra persona, è stata condannata per tentato omicidio o omicidio consumato sul coniuge dell’altra persona.
Sul profilo del regime giuridico (diritti e doveri reciproci, figli, residenza, concorso negli oneri, abusi familiari, interdizione, scioglimento dell’unione) si applicano gli articoli del Codice Civile.

Il testo Cirinnà riconosce alla coppia diritti di assistenza sanitaria, carceraria, unione o separazione dei beni (in caso non venga esplicitato diversamente il contrario i coniugi scelgono di avvalersi dell’unione dei beni), subentro nel contratto d’affitto, successioni, reversibilità della pensione e i doveri previsti per le coppie sposate.
Le persone che si uniscono civilmente possono designarsi a vicenda in caso di decisioni riguardo la malattia o in caso di morte, sulla donazione degli organi o riguardo i funerali. Se una delle due persone muore, e quella persona era anche il proprietario della casa di residenza, l’altra persona ha il diritto a continuare ad abitare nella casa in cui vive. Se una coppia vive in affitto, alla morte della persona titolare del contratto, l’altra persona ha la facoltà di subentrargli. Le coppie unite civilmente possono accedere alle graduatorie per l’assegnazione di case popolari come le coppie sposate. Valgono per le coppie unite civilmente le stesse norme del matrimonio anche in caso di partecipazione comune a un’impresa.

Sono state apportate delle modifiche rispetto alla legge iniziale e una delle questioni fortemente dibattute è quella delle adozioni.
Il decreto originale prevedeva l’adozione, ma soltanto in un’unica veste: la stepchild adoption, ovvero il figlio naturale o adottivo di solo uno dei membri della coppia (il cosiddetto figliastro), già prevista in Italia per le coppie eterosessuali dall’articolo 44 della Legge sulle adozioni. Non veniva dunque eseguita nessuna modifica al testo sulla procreazione assistita (disciplinata dalla legge n. 40 del 19 febbraio 2004) o inserita la gestazione per altri (ossia ciò che viene chiamata erroneamente “maternità surrogata” o “utero in affitto”: resta tuttora oggi illegale nel nostro Paese).
Ne consegue che il coniuge che non è genitore biologico non può adottare un bambino che conosce già e che ha eventualmente già cresciuto e a cui ha dato affetto e quindi non potrebbe, in caso di morte del genitore biologico, esercitare la potestà genitoriale.
Le disposizioni sulle adozioni (anche quella in casi particolari) non si applicano alle unioni civili, anche se quanto stabilito e consentito dalla stessa Legge sulle adozioni è ancora presente. Ne consegue che con questa formulazione si fa salva la giurisprudenza in materia, che in alcuni casi ha riconosciuto la stepchild adoption anche all’altro genitore dello stesso sesso. I giudici hanno quindi la facoltà di decidere con le loro sentenze di ammettere l’adozione al partner dello stesso sesso del genitore che ha cura del bambino.

Rispetto al matrimonio civile altre differenze sono:

  1. L’obbligo di usare il cognome dell’uomo come cognome comune;
  2. L’obbligo di attendere un periodo di separazione da sei mesi a un anno prima di sciogliere l’unione: la domanda di scioglimento dell’unione civile è approvata decorsi tre mesi dalla data di manfestazione di volontà di separarsi;
  3. L’obbligo di fedeltà assente (una sentenza del 2008 della Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha così definito il concetto di fedeltà: «L’obbligo della fedeltà è da intendere non soltanto come astensione da relazioni extraconiugali, ma quale impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la reciproca fiducia ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, che dura quanto dura il matrimonio. In effetti la nozione di fedeltà coniugale va avvicinata a quella di lealtà, la quale impone di sacrificare gli interessi e le scelte individuali di ciascun coniuge che si rivelino in conflitto con gli impegni e le prospettive della vita comune. In questo quadro la fedeltà affettiva diventa componente di una fedeltà più ampia che si traduce nella capacità di sacrificare le proprie scelte personali a quelle imposte dal legame di coppia e dal sodalizio che su di esso si fonda». Questo è uno degli obblighi presenti solo nel matrimonio civile, ma resta il riferimento alla vita familiare, come nel matrimonio;
  4. La possibilità di sciogliere l’unione nel caso che non venga “consumata”: per le unioni civili non è presente;
  5. L’obbligo di fare le “pubblicazioni” prima di contrarre l’unione: non è necessario affiggere in municipio questi documenti per portare alla conoscenza di terzi l’intenzione di volersi unire civilmente.

Una cosa da sapere è che in caso di cambio di sesso di uno dei due coniugi che hanno contratto matrimonio civile (cosa possibile solo per un uomo e una donna), anche se i coniugi manifestano la volontà di non far cessare i diritti civili del matrimonio, questo viene automaticamente sciolto e diventa un’unione civile. Nel caso in cui un membro di una coppia dello stesso sesso desideri rettificare il proprio sesso (anche solo anagraficamente, perché non tutte le persone desiderano sottoporsi ai trattamenti – chirurgici od ormonali – per cambiare sesso) l’unione civile viene sciolta.

Per molti questa legge, dopo tutte le manifestazioni fatte contro e le polemiche susseguitesi nelle Camere, è soltanto una beffa, una sorta di “contentino” in un Paese che non vuole stare al passo degli Stati che desiderano garantire gli stessi diritti civili a tutte le persone al di là del loro orientamento sessuale; per altri invece è – nonostante la delusione – un inizio, un piccolo speranzoso passo verso la auspicabile uguaglianza che affonda le sue radici nel rispetto, nella civiltà e nella tolleranza.

Ci si augura che in un futuro non così lontano tutti possano davvero godere dei diritti che, in quanto esseri umani, si possiedono già, ma di cui non si è ancora del tutto detentori giacché si lotta per negarli.

L’invito che si potrebbe fare alla popolazione è quello di non “accontentarsi delle briciole” che dovrebbero esser già garantite, ma di lottare affinché ci siano uguali diritti per tutti, e di lottare successivamente per far sì che non vengano mai più negati.

La gente potrà vivere il loro amore liberamente e scegliere consenzientemente di essere una coppia di fronte alla legge, giurando al coniuge e a se stessa, di voler passare la propria vita con l’altra persona, per un arco temporale – si spera – il più lungo e felice possibile e di voler adottare il figlio della persona amata senza impedimento solo quando l’ombra dell’ignoranza non sarà più presente nell’animo delle persone, alimentando una delle sue figlie più pericolose: la paura.
Le tenebre si diradano grazie all’informazione.

Quindi dico “sì, lo voglio”. E lo urlo a gran voce.

Fonte: http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/319392.pdf

Barbara Zimotti