Solo un mese

Giuseppe Di LibertoIl giorno prima di partire per Danzica, la città che avevo scelto come mia meta Clerkship, ho pianto. A dirotto. Al telefono con un’amica singhiozzavo come se stessi andando al patibolo. Perché imbarcarsi per un’esperienza nuova, mai affrontata prima, spaventa. Perché l’ansia sociale, che ci pervade le vene e scatena tempeste dentro di noi, spaventa. Perché quando non riusciamo ad avere il totale controllo di quello che ci accadrà ci spaventiamo, e io ero tremendamente spaventato. Non sapevo come sarebbe stato il posto in cui sarei andato a dormire per un mese, non sapevo come sarebbero stati i miei compagni di progetto per un mese, non sapevo come sarebbe stato l’ospedale dove avrei dovuto svolgere il mio tirocinio. Non sapevo niente. Avevo solo una carta d’imbarco in mano e il cuore piccolo come una noce.
Durante l’interminabile fila per imbarcarmi sul volo che mi avrebbe portato dritto dritto a Danzica ho pensato più volte di afferrare la mia valigia e scappare. Ma poi ho stretto i pugni, ho deglutito e ho preso un respiro profondo: questa sarebbe stata una sfida. La sfida dell’anno probabilmente. E in fondo sarebbe durata solo un mese… Cosa sarebbe mai potuto succedere?
Così ho preso quel volo. Seduto sul sedile lato corridoio, mentre l’hostess spiegava le istruzioni in caso di emergenza con la stessa espressività con la quale Maria De Filippi manda la pubblicità, non potevo ancora sapere in quale misura la mia vita sarebbe cambiata. Non potevo ancora sapere come sarebbero cambiati i miei occhi nel vedere il mondo, come sarebbero cambiate le mie parole nel raccontarlo. Come sarei potuto cambiare io, scoprendo nuove e più promettenti versione di  me stesso.

Danzica è una città che ha un sapore del tutto nuovo, europeo, moderno ma allo stesso tempo già conosciuto, familiare, intimo. Danzica è il mar Baltico che freddo abbraccia tutto intorno. Danzica è l’aria fresca della mattina e il sole timido di mezzogiorno, è la bellezza dei parchi e il silenzio dei viali.
Danzica sono i violinisti sotto i portici che profumano l’aria notturna di musica e fascino, sono gli odori caldi e delicati del cibo di strada che incuriosisce tutti i passanti.
Danzica è questo e molto altro. Altro che ho respirato, vissuto. Altro che mi ha respirato e vissuto come un’amante timida e leggera.

solo un meseNon nego che ci siano stati momenti complicati da gestire, situazioni delle quali non riuscivo a trovare gli incastri corretti. Non nego che le infermiere dell’ospedale al quale ero stato affidato sembravano delle versioni 2.0 di un mix venuto male tra la signorina Rottermeier e Ursula. Stavano lì, a guardarmi con diffidenza e disapprovazione mentre cercavo di comunicare con loro in una lingua che non fosse il polacco. Storcevano la bocca ogni volta che mi avvicinavo di un passo in più al tavolo operatorio, sbraitavano parole che sembravano essere composte solo da consonanti e diventavano minacciose se osavo fare la stessa domanda due volte. Questo era sconfortante, soprattutto i primi giorni in cui lo sforzo per abituarsi alle novità era elevato. Ma poi, quando la novità ha lasciato spazio alla consapevolezza e all’abitudine, tutto è cambiato: ho cominciato a tenere testa alle infermiere, le salutavo in polacco e cercavo di rendermi simpatico ai loro occhi. L’anestesista ogni volta che mi vedeva entrare in sala operatoria, prendeva a cantare una versione alquanto improvvisata, ma non per questo meno affascinante, de “La donna è mobile” e tutto, ma davvero tutto, mi è cominciato a sembrare familiare.
Ricordo ancora il primo giorno di tirocinio presso il reparto di Ginecologia: il mio tutor mi ha sorriso, mi ha indicato la stanza dove avrei potuto cambiarmi e mi ha chiesto se volessi “lavarmi” per assistere al parto che a breve sarebbe avvenuto. Non sapevo se in quel momento fossi caduto per caso dentro il set di Grey’s Anatomy, ma quella domanda ha animato un fuoco che i tanti tirocini avevano ormai spento tempo fa.
Ecco che quindi dopo una settimana, tempo fisiologico per abituarsi al nuovo posto in cui ci si trova, le mura fatiscenti del mio dormitorio, immerso in una sorta di foresta che Xena avrebbe trovato familiare, mi ispiravano estrema fiducia. Le strade e le luci di quella città mi avevano adottato, in qualche modo, e io gli ero grato perché finalmente non mi sentivo più orfano.

Poi, oltre la città, oltre l’ospedale, ci sono stati (e, fortunatamente, continuano a esserci) loro, i miei compagni di viaggio. All’inizio ci guardavamo tutti sospettosi per via del fatto che eravamo estranei gli uni agli occhi degli altri. Le strette di mano accompagnate dal nome di nascita si perdevano tra gli sguardi imbarazzati e i respiri affaticati. Ma già dopo la prima settimana ci sentivamo legati da un destino che ci avrebbe accumunati durante quel mese. E il rapporto che ho intessuto con ognuno di loro mi è tutt’ora difficile da spiegare. Immaginate di trovarvi in un’isola deserta, un luogo sconosciuto ai più fino a quel momento. Siete disorientati, stanchi e anche un po’ preoccupati. Poi scoprite di non essere soli, scoprite che dietro le vostre spalle altre venti persone che si sentono altrettanto disorientate e preoccupate vi stanno guardando e cercano qualcuno che faccia loro compagnia. Ecco, questo è quello che  è successo tutto sommato: ci siamo fatti compagnia, ed è stata una delle compagnie più belle della mia vita. Fatta di complicità, comprensione al di là delle difficoltà linguistiche, unione al di là delle lontananze geografiche. Ci siamo trovati e ancora adesso, a diversi mesi dal mio ritorno, continuiamo a sentirci. Perché in fondo il senso del viaggio è proprio questo: la scoperta di sé e degli altri. Mi sono scoperto, mi sono messo alla prova e al contempo ho scoperto che conoscere le persone che ti stanno accanto, soprattutto se diverse, può regalarti una ricchezza che avrai cura di custodire per molto, molto tempo.

Con la speranza più fervida di non avervi annoiato con le mie ansie e le mie felicità, vi lascio riportandovi quello che ho scritto il giorno dopo essere tornato da Danzica, alla fine della mia Clerkship. Quelle parole vi restituiranno il senso ancora vivo ed eccitante delle esperienze che ho vissuto durante quel mese.

Un mese. Solo un mese. Ma i miei sentimenti si sono intrecciati con le gambe dei miei compagni di avventura e ogni parola è entrata dentro i loro sorrisi. Mi sono perso per le strade di Danzica almeno mille volte e anche oggi, il giorno dopo il mio ritorno, continuo a perdermi nei labirinti dei ricordi di un’esperienza che mi ha vissuto più di quanto io abbia vissuto lei. Tutte le ore del tempo si sono spezzate perché a Danzica non c’erano minuti né secondi. Solo lunghi attimi destinati a terminare, ma a rimanere eternamente scolpiti dentro la mia memoria. 
Un mese. Solo un mese. Ma cammino ancora dentro i miei passi accaldati e stanchi a Cracovia, giro ancora per i quartieri storici di Berlino con le immagini della sofferenza ebrea in ogni angolo, riesco ancora a percepire l’acqua fredda e tagliente del Mar Baltico. 
Un mese. Solo un mese. Ma respiro ancora l’aria distesa e verde dei mille parchi che ho incontrato, dove gli alberi e le foglie coprono il cielo e tutto il mondo sembra quasi una grande infinita foresta di impercettibili sospiri. 
Un mese. Solo un mese. Ma ogni gesto e sentimento appeso alle pareti di quel dormitorio malconcio ha così tanta storia da raccontare che anche queste parole sono già stanche di essere scritte.
 Un mese. In fondo si tratta solo di un mese. Ma a volte sembra una piccola, intensa, spaventosa, meravigliosa, piena vita. 
E tornare, con l’anima in pezzi dentro la valigia che pesa più di un macigno. E tornare, con la voglia di restare.
 E tornare, con la voglia di raccontare tutto alle persone che amo cosicché anche loro possano fare parte di quel lungo attimo durato un mese intero. A Danzica.”

Giuseppe Di Liberto