Nel migliore dei casi, un viaggio di 7 confini, 5200 km e 10 000 dollari.

Tra esercizi di memoria e quaderni sono tornata dove tutto è iniziato. L’ospedale, sotto questa luce, potrebbe essere anche definito come IMG-20160607-WA0001un non-luogo. Bianco spazio, solo transiente per i migranti che lo attraversano, non tanto diverso del resto, da dove partono e dove arrivano.

“Ci avviciniamo alla recinzione.
È una notte cupa d’inverno, ci guida la luce tremolante dei lampioni.
Un piede. Poi anche l’altro, di sbiego. Le dita della mano tra le punte metalliche, in quel posto ormai familiare. Un piccolo slancio, alcuni rovi che si impigliano alla sciarpa, e sono dall’altro lato.
Due mani veloci mi passano una tanica d’acqua, dei pentoloni, alcune borse ed io a mia volta lascio scivolare tutto dall’altro lato, in una catena umana.
Stendiamo delle lenzuola in fila sull’asfalto e iniziamo a riempire i piatti.
Stasera patate e lenticchie, con una fetta di pane.
Intanto, compaiono dal buio, come ombre, esseri umani dimenticati da tutti e lontani dagli sguardi della gente. Salutano. Chi allungando la mano da sotto la coperta, chi con un debole sorriso, si radunano intorno ai piatti fumanti. Saranno poco meno di una settantina.
La nebbiolina leggera rende l’atmosfera di quella decadente e maestosa fabbrica metallurgica ancora più surreale.
E la mia mente, come in un sogno, ritorna a poche decine di minuti prima, quando in centro città, tra le lucette di Natale e il vociare allegro della gente nei bar, caricavamo in macchina coperte e cibarie, diretti verso un luogo che per i più non esiste.”

“Un tranquillo pomeriggio di un anno e mezzo dopo. Siedo in penultima fila, persa ad ascoltare la voce del Professore di Chirurgia Generale, le ginocchia appoggiate sul bordo del banco. Il telefono vibra.

Quando arrivo in reparto, Gul Khan siede sul letto, lo zaino in spalla.
La prima cosa che mi dice è: “Se resto qui ancora impazzisco. – tossisce- Per favore, di’ alla dottoressa che sto bene adesso. Voglio tornare al campo.”
In realtà, lui aveva già cercato di andarsene qualche ora prima, ma un’infermiera lo aveva riportato indietro e obbligato ad aspettare non sa bene cosa.
“La scorsa notte,
Kaka si svegliava continuamente, urlando di dolore. Veniva un’infermiera con la medicina, per un po’ sembrava tutto tranquillo e poi via da capo.
Il signore in mezzo, invece, ha russato tutta la notte come un trattore, vibrava anche tutta la stanza con lui. Ogni tanto nel sonno gemeva, come se vedesse cose davvero brutte.
Sul letto alla mia destra, quel tipo giovane, è veramente uno strano. Appena dopo la cena, aveva chiuso le persiane e la porta della camera e si era nascosto completamente sotto le coperte.
Pensavo di impazzire, qui, a migliaia di km da casa, rinchiuso in questo ospedale dove tutti soffrono e stanno male, prigionieri proprio come me.
Mi sono alzato e guardavo la finestra.
Ho pensato a come sarebbe stato facile far finire tutta questa confusione, far calmare il cuore che mi esplodeva dentro, allontanare in un istante quell’incontenibile senso di soffocamento.
E di colpo ero di nuovo in Grecia. Un anno e mezzo di prigione non si dimenticano mica, sai? A diciotto anni poi, nella primavera della vita, il tempo sembrava non passare mai, ad ogni minuto si stringeva quella morsa che faceva scivolare via tutti i bei ricordi e lasciava spazio solo alla rabbia, allo sconforto.
Difficile farsene una ragione, soprattutto se la tua unica colpa è quella di dover attraversare un paese nel quale sei considerato solo un clandestino, un topo di fogna per trovare la luce in Europa.”

Non è facile parlare di se stessi e non è facile decidere quale esattamente sia l’inizio della storia che vuoi raccontare, soprattutto quando questo si perde nel continuum della vita.
Per sfuggire all’ordine cronologico, ho pescato due frammenti dalla memoria e li ho messi lì, sulla pagina bianca.
E da loro vorrei partire.

Le ombre che abitano il primo ricordo sono giovani richiedenti asilo, di nazionalità di fortuna, dopo essere giunti a Udine e aver lasciato alle spalle un lungo viaggio afgana e pakistana, che di consuetudine spendono i primi giorni o settimane in ripari attraverso i Balcani.
Nel migliore dei casi, un viaggio di 7 confini, 5200 km e 10 000 dollari.

Allora, a settembre 2014, eravamo un pugno di persone, ritrovatesi sul campo chi per amore del prossimo, chi per idealismo, accomunati dall’incapacità di accettare quella situazione di fatto: esseri umani dimenticati anche dalle istituzioni che avrebbero dovuto garantirne i diritti, in primis quello all’accoglienza.

Era partito tutto da un tam-tam di telefonate agli amici e ai parenti, chiedendo di cercare negli armadi una coperta o un lenzuolo in più, vestiti vecchi e quant’altro di utile si sentissero di donare.
Ogni sera, in mancanza di una mensa dei poveri, consegnavamo pasti e calore, leggevamo alla luce di pile a manovella i fogli di invito alla Questura, spiegando come formalizzare la richiesta d’asilo, distribuivamo mappe della città e qualche farmaco da banco agli ammalati, rinviandoli se necessario all’ambulatorio di Medicina Sociale il giorno successivo.
Nel frattempo, costruivamo i primi rapporti con gli enti del territorio e iniziavamo ad organizzare le prime iniziative per far aprire gli occhi alla società civile rispetto a questa realtà, in una Udine nuova ad ingenti flussi migratori.

Un anno e mezzo dopo, l’associazione che ne è nata è un ambiente culturale ricco e dinamico, che convolge una fetta sempre maggiore di cittadinanza.
Dall’estate 2015, la mensa dei poveri apre anche la sera ed è stata attrezzata una tendopoli per la prima accoglienza, dove sono attualmente ospitate più di 500 persone.
Io, dando spazio al bisogno comunicativo che mi era sorto già allora, dopo mesi di domande al volo e quadernetti di appunti, ho imparato a parlare fluentemente il Pashto. Da un anno lavoro per un’altra ONG del territorio come traduttrice e mediatrice culturale, all’interno delle strutture sanitarie della provincia.

Di storie come quella di Gul Khan ne incontro quasi ogni giorno, muovendomi in una sanità pubblica che riscopro spesso impreparata ad interfacciarsi con soggetti provenienti da un diverso contesto culturale e spesso inefficiente nella cooperazione con le altre realtà territoriali al fine di rispondere ai bisogni di salute di questi pazienti, che risultano profondamente intrecciati e inscindibili dalla componente sociale.

Vedo medici che, nonostante siano informati rispetto all’esistenza di un servizio di mediazione attivo su appuntamento in tutte le strutture sanitarie, continuano ad impiegare il linguaggio dei gesti, o, quando fortunati, un inglese molto rudimentale per cercare di trasmettere e ricevere messaggi dal loro paziente.
Quest’ultimo, specialmente se ospitato in strutture di emergenza in cui gli operatori sociali riescono solo parzialmente a seguirlo, dopo parecchi tentativi di comunicazione falliti, finisce spesso per rinunciare alla cura e a tenersi il problema fino a risoluzione spontanea o ad un aggravamento, che lo costringa ad accedere al pronto soccorso in ambulanza.
Vedo pazienti psichiatrici che si portano dietro vissuti fortemente traumatici, legati al fatto che sono nati e cresciuti dentro una guerra che ora sfuma, ora si acuisce, ma senza mai regalare alcuna sicurezza rispetto alla vita.
Pazienti che, oltre alla violenza cui hanno assistito o subito in paese, hanno dovuto attraversare anche quella dei confini: filo spinato, lacrimogeni, cani, percosse, rischio di soffocamento nei tir, perdita di compagni di viaggio.
Pazienti che vengono sì ascoltati e seguiti al pari di tutti gli altri, ma che dopo il colloquio, ho visto molte volte tornare, con la terapia, nelle situazioni abitative estremamente precarie e inadeguate che caratterizzano la loro prima permanenza udinese, in attesa dell’assegnazione di un progetto di accoglienza.

Di contro, ho visto medici ed infermieri darsi da fare in ogni modo per il benessere del loro accudito, scrivendosi qualche parola di Pastho necessaria a capire quando avesse dolore o fame o bisogno di un mediatore, portandogli i vestiti e le scarpe dei propri figli, chiedendo ed ascoltando con umiltà ed empatia rispetto al contesto dal quale la persona è fuggita e al suo progetto migratorio.

Abitare l’ospedale anche in queste vesti, è diventato per me parte integrante e irrinunciabile del percorso di formazione.
Nel dare dei volti e delle voci alla mia medicina, alimento giorno dopo giorno la voglia di apprendere e di crescere professionalmente; nell’interrogarmi sui momenti in cui le cose sembrano funzionare diversamente da come vorrei, cerco di costruire il mio ideale di medico e di medicina, e di camminare verso quello.
Essere la bocca di chi cerca nel medico conforto al suo disagio, mi aiuta a ricordare ogni giorno che la sofferenza di un malato non si incastra solo nelle piaghe del suo corpo, ma si ripete ed intensifica nei vissuti che quel corpo si porta dentro e in quelli, a noi solo parzialmente comprensibili, che deve affrontare ogni giorno.

Vorrei concludere il mio breve racconto con delle parole a me care:

“Noi lo sappiamo che cos’è che ci ammala! Quando veniamo da te,
ci strappiamo di dosso i nostri cenci e tu ascolti qua e là sul nostro corpo nudo.
Sulla causa della nostra malattia un solo sguardo ai nostri cenci ti
direbbe di più. Una stessa causa fa a pezzi i nostri corpi e i nostri abiti.”  B.B.

Laura Garbelotto