La violenza di genere e il mostro che non c’è

Foto IlariaAlle volte accade che, quando non si resta impassibili di fronte a ciò che succede nel mondo, si sviluppi un certo grado di consapevolezza che – grazie alla riflessione scaturita dall’affacciarsi al mondo e alle sue notizie – può aiutare a mutare davvero le cose, non limitandosi soltanto ad augurarsi che avvenga un cambiamento, laddove occorre che sia dapprima la società a viverne uno; essendo tutti noi parte della società, per quanto lo si possa negare, siamo sempre chiamati in causa.

La consapevolezza può sopraggiungere in tanti modi e spesso è accompagnata all’indignazione crescente che avvertiamo nel nostro animo: lo sdegno – e i toni da invettiva che possono derivarne – se usati per porre l’accento su questioni considerate importanti, sono uno dei tanti strumenti per indirizzare verso una coscienza critica, ed è lo scopo che mi sono prefissata con questo articolo.

Chiunque abbia l’abitudine di informarsi grazie ai mass media, avrà senz’altro notato che nell’ultimo mese e mezzo si è parlato più del solito di violenza di genere, anche a causa di fatti eclatanti come – per citarne alcuni – lo stupro di una ragazza da parte di trentatré uomini avvenuto in Brasile, una condanna a soli sei mesi inflitta negli USA a uno studente universitario per lo stupro di una donna in stato di incoscienza, il femminicidio di una giovane donna che è stata violentata, uccisa e bruciata dall’ex fidanzato a Roma o, ancora più recentemente, lo stupro di una quindicenne da parte di cinque ragazzi suoi coetanei o poco più grandi.

Come ogni volta che si parla di violenza di genere, anche in questo periodo i commenti che si sentono sono soprattutto di due tipi: abbiamo quelli che colpevolizzano le donne che subiscono violenza (“Eh, ma frequentava un delinquente, che si aspettava?”; “Eh, ma se lui ha dato di matto avrà avuto i suoi motivi”; “Lui ha sbagliato, ma se lei non si fosse sbronzata non le sarebbe successo nulla”; “Eh, ma che ci faceva in giro la sera da sola? E poi, com’era vestita?”), e quelli che definiscono i violenti come dei pazzi e/o delle bestie a cui augurano pene che vanno dalla castrazione alla pena di morte, con contorno di torture varie e assortite.

A primo impatto, questi ultimi commenti potrebbero apparire più giusti rispetto ai primi, che sono palesemente maschilisti e che promuovono l’accettazione anche solo parziale della violenza di genere; tuttavia non lo sono, perché presentano ogni singolo atto di violenza come l’azione di un “malato mentale” e non come il frutto di una cultura che ancora oggi considera la donna un oggetto a disposizione dell’uomo e che giustifica l’uso della violenza contro tutte quelle persone, solitamente donne, ma anche uomini, che non rispettano i ruoli di genere loro attribuiti. Al contempo si deumanizza chi ha perpetrato quei gesti, volendo applicare una legge del taglione che è contraria a ogni atto di giustizia e di detenzione basato sul rispetto dei diritti umani.

Secondo i dati diffusi dall’ISTAT nel 2015, sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito una qualsiasi forma di violenza in Italia, di cui 652 mila hanno subito stupri e 746 mila tentati stupri, fino ad arrivare alle centinaia di donne vittime di femminicidio (128 solo nel 2015): se chi compie un atto di violenza è un “malato mentale”, ci sono dunque milioni di persone con patologie psichiatriche tali da portarli a compiere gesti del genere? O forse il problema è un altro?

Pensare ai reati legati alla violenza di genere come singoli fatti isolati compiuti da persone “disturbate” e non come un insieme di reati accomunati da una mentalità ancora troppo maschilista e patriarcale, da un lato contribuisce a stigmatizzare – ancora di più rispetto al solito – le persone che soffrono di patologie psichiatriche, dall’altro deresponsabilizza gli autori di quei crimini e ci evita di riflettere su quanto nella nostra società la parità di genere sia ancora da raggiungere, per quanto troppa gente sostenga il contrario: in questo senso è significativo notare come in diversi casi di femminicidio gli autori fossero già stati denunciati dalle donne che hanno ucciso o da altre donne per altri reati legati alla violenza di genere.

Un altro fenomeno interessante da notare è la scomparsa dei commenti che definiscono tali atti come “follia” e “raptus omicidi” quando l’autore di uno stupro o di un femminicidio proviene da un Paese in cui la condizione della donna è molto più arretrata rispetto all’Italia: in questo caso infatti appaiono articoli sulla condizione delle donne nelle culture diverse dalla nostra, a modo di giustificazione, generalmente accompagnati da una buona dose di esternazioni razziste sugli immigrati che “violentano in massa le nostre donne”. Affermazioni di tale portata sono indice di scarso interesse sia per le condizioni delle migranti sia della non raggiunta liberazione della donna dai ruoli di genere che la pongono sempre al di sotto dell’uomo, sebbene ci sia opinione diffusa del contrario.

Quello che è evidente a ogni discussione sulla violenza di genere è quindi l’assenza di riflessione sulla reale entità della discriminazione di genere nella nostra società e di conseguenza sul rapporto molto stretto che c’è tra discriminazione e violenza. Questa riflessione forse manca per pigrizia mentale, o forse perché pensare che il violento sia un mostro è più rassicurante rispetto al non prendere coscienza del fatto che invece potrebbe essere un conoscente, un collega, un amico o un parente; quello che è certo è che una lotta efficace contro la violenza di genere passa anche per la comprensione del fatto che chi compie violenza di genere non è un pazzo o un mostro, ma una persona normale che ha interiorizzato quella cultura del possesso e quel maschilismo che fanno parte della nostra società più di quanto a molti piaccia ammettere.

Ilaria Perolfi