Il “Fertility Day” e l’oceano che separa lo scopo e il messaggio effettivamente dato

10407833_1585704344980620_5388641904376468544_nLa salute riproduttiva è il cuore della SCORA e, come ben sappiamo, si avvale dell’informazione e della sensibilizzazione, anche grazie alle campagne che hanno lo scopo di estendere un messaggio a un’ampia fetta di popolazione.
Cosa succede però quando queste campagne vengono promosse dallo Stato provocando – anziché la supposta soddisfazione che dovrebbe derivare dal voler informare i cittadini – indignazione tra le persone che sono i destinatari del messaggio stesso?
Questo è quello che è accaduto in questi giorni col Fertility Day, operazione promossa dal Ministero della Salute e prevista per il ventidue settembre, sebbene fosse stata inizialmente annunciata per il sette maggio.
Ma cos’è il Fertility Day? Qual è l’obiettivo di questa iniziativa? Cerchiamo di scoprirlo riportando anche parti delle fonti, che vengono opportunamente citate in fondo. Non mancheranno delle personali riflessioni sollevate anche sotto forma di domande.

Stando a quanto è riportato sul sito del Ministero, il Fertility Day è una giornata “che rappresenta il punto centrale delle iniziative previste dal Piano Nazionale della Fertilità per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della prevenzione dell’infertilità e quindi della salute sessuale e riproduttiva di donne e uomini”, quindi fa parte di un progetto più grande.
Il Piano Nazionale della Fertilità è stato pubblicato il ventisette maggio 2015, e tale documento – stilato anche assieme a medici e docenti universitari – contiene dati statistici e relative interpretazioni nonché il modo in cui questo piano verrà realizzato, e prevede, oltre a corsi ed eventi appositi per medici e cittadini, anche campagne sui giornali e nelle scuole.
Per la giornata del ventidue settembre sono previsti alcuni progetti tra cui delle tavole rotonde sulla fertilità a Bologna, Catania, Padova e Roma.

Il piano ha come obiettivo il voler “informare i cittadini sul ruolo della Fertilità nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio”, fornendo anche assistenza medico-sanitaria per difenderla, oltre  a “un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione”.
Per rafforzare meglio il concetto, è stato pensato proprio il Fertility Day, il cui scopo è “celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il Fertility Day, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il Prestigio della Maternità”.

Già a partire da queste parole, è facile notare come venga posto l’accento non sulla salute riproduttiva e su tutto ciò che c’è da sapere per vivere in modo sereno e sicuro la propria sessualità anche dal punto di vista delle malattie sessualmente trasmesse, ma sulla fertilità, che è soltanto un componente della salute riproduttiva, mentre tutte le altre sono viste in funzione della prima, che riveste il ruolo centrale.
Sulla stessa scia anche il ruolo dei medici, degli operatori sanitari e dei consultori, è letto in chiave fertilità, e non sul benessere bio-psico-sociale del singolo individuo, come invece attesta la definizione di salute dell’OMS.
Una cosa da notare è il modo in cui vengono scritte – tra le tante – le parole “fertilità”, “maternità”, “prestigio”, ovvero con la lettera maiuscola: non sono nomi propri e non rientrano in nessuna delle categorie per cui la lingua italiana prevede l’utilizzo della lettera maiuscola, ma a livello visivo tutto ciò ha una sua importanza. Si cerca, dunque, di dare a queste parole molta importanza, di modo che il lettore possa coglierla a sua volta.

Il piano si divide in sei parti, di cui le prime tre parti sono quelle a carattere giuridico, sociale, professionale, etico e pedagogico, mentre le restanti tre trattano delle cause dell’infertilità (a livello patologico), delle terapie per l’infertilità e la tutela e la conservazione della fertilità nel paziente oncologico.

Il Tavolo Tecnico ha contribuito all’interpretazione dei dati raccolti, ma ciò che si nota è una scarsa correlazione tra gli stessi, oltre a un’analisi che mira a far capire quale – secondo le direttive ministeriali – possa essere l’unica soluzione possibile al riguardo – e che poi viene esplicitato nelle immagini.

Partendo dai dati ISTAT e dei vari sondaggi, il piano afferma che in Italia il tasso di fecondità – definito anche come numero di figli per donna – è molto basso, specificando anche l’età e il titolo di studio delle donne (come anche la loro nazionalità, se sono sposate e la differenza di età che hanno dal loro compagno) che attualmente hanno figli: più alto è il titolo di studio delle donne e meno sono i figli, che tendenzialmente arrivano dopo i trent’anni, o anche più tardi, perché si tende a voler dare una priorità alla propria indipendenza economica, causando dunque denatalità.
La denatalità, quindi, secondo quanto riporta il piano, influenza tanti settori, tra cui quello economico, in cui rientra anche il welfare del Paese stesso perché, senza le nascite, non si avrebbe la forza lavoro con cui fare il ricambio quando la gente entra nell’età pensionabile.
“L’ultima riforma del lavoro ha introdotto importanti novità in materia di occupazione, con l’obiettivo di garantire flessibilità e tutelare il lavoratore, produrre politiche attive per il lavoro e rilanciare l’economia, ma non è ancora riuscita a fornire al sistema imprenditoriale il volano necessario allo sviluppo”, viene affermato, ma anche qui queste dichiarazioni non sono lette per quello che esse attestano ovvero un più stringato “manca il lavoro”, bensì come “ecco uno dei motivi per cui non si fanno figli”: se non si hanno garanzie sul lavoro – o proprio un lavoro – come sarà possibile avere figli dato che manca la stabilità necessaria a voler assicurare un futuro dapprima a se stessi e poi a un’eventuale famiglia?

A tal proposito, vengono proposte le ragioni di questo “ritardo” dell’età in cui si hanno figli. Se da un lato, proseguendo la lettura del piano, si nota che nella società italiana mancano i presupposti socio-economici che possono permettere ai giovani di avere una famiglia, ciò che viene sottolineato è una tesi a livello psicologico.
La maggiore età dei genitori attuali rispetto a quelli del passato è da ricercarsi nella tendenza a “procrastinare le scelte decisive”, e tutto ciò “sembra diffuso un ripiegamento narcisistico sulla propria persona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale e professionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenza all’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo. Tale disposizione, spesso associata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisi economica e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia e porta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questo legati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità”. Vengono così liquidate le ragioni che hanno un ruolo decisivo sulla possibilità di avere una famiglia con figli, a differenza di rimarcare la questione legata alle tutele del lavoro.

Si evince inoltre dai dati come una donna non riesca ad avere una carriera – le donne impiegate in Italia sono al di sotto della media europea – e una famiglia al contempo: le statistiche riportano che il 40,2% delle stesse non riescono a conciliare le due cose (con la conseguenza di dover fare una scelta che porta nella maggior parte dei casi a rinunciare ad avere il numero di figli desiderati) e che nel mondo del lavoro stesso il fatto di poter essere potenziali madri viene visto come deterrente per le assunzioni o per un avanzamento di carriera, però non vengono comunque specificate le strategie che porterebbero ad appianare il divario con il resto della società occidentale, permettendo dunque delle garanzie in ambito lavorativo avendo una famiglia.
Uno degli scopi del piano è quello di appianare le discriminazioni di genere tra uomo e donna che vediamo tuttora nella nostra società attuale, specie nei ruoli che hanno in famiglia, e viene rimarcato che “la trasformazione e l’emancipazione del ruolo della donna nella società non ha sostituito l’approccio tradizionale, piuttosto sembra sia andato a soprapporvisi, con il risultato di far sussistere modelli contraddittori che impongono delle scelte”, ma anziché “spiegare, informare in modo capillare e continuativo, portare a conoscenza delle donne e degli uomini che la fertilità è una curva gaussiana che comincia a scendere molto prima che la donna consideri la questione come una opportunità” non occorrerebbe chiedersi prima come fare per far sì che si possa avere sia un lavoro sia una famiglia senza essere costretti a dover scegliere, nel caso in cui si vogliano avere entrambi?

Risulta dunque che il valore positivo da tenere presente non è la lotta alla discriminazione di genere, ma la procreazione, che resta sempre il cardine di tutta la questione definita dal piano.
Non a caso viene ricordato che la sessualità non è un accessorio del comportamento umano, ma è un elemento della funzione riproduttiva a cui è biologicamente destinata. Se i diritti dell’uomo – conquistati anche grazie a lotte durate secoli – affermano che l’autodeterminazione del singolo è uno dei concetti base dell’esistenza, le autorità ministeriali fanno capire in questo caso, non molto tra le righe, che lo scopo di questo piano non è un’informazione atta a una scelta consapevole dell’individuo, ma cercare di mettere l’individuo nelle condizioni di compiere una scelta che non è vista dal singolo come giusta o sana, ma dall’autorità stessa.

L’informazione non è quindi mirata a tutti i cittadini? Se si è single o non si vogliono avere figli non è giusto essere informati? Sono domande paradossali, ma che comunque possono essere sollevate dalla lettura del piano nazionale.

Non si parla di salute riproduttiva che vede la sessualità informata, libera e consapevole come una parte dell’essere umano, un modo di comunicare che lo coinvolge interamente, tutt’altro. Nell’immagine è facile notare come il colore rosso – che attira molto di più rispetto al verde – sia nella parola “procreazione” e non in “cosciente e responsabile”. I diritti sessuali e riproduttivi e l’autodeterminazione sono principi fondamentali della persona, garantiti dal diritto internazionale e costituzionale, e qui questo viene a mancare.

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Si può al contrario osservare che, per quanto nel prospetto si voglia parlare di maternità e paternità, la tendenza a parlare maggiormente della donna e del ruolo che lei ha sul “profilo della fertilità” è molto marcata, e tutto ciò, come gli altri dubbi sollevati dalle persone indignate, è anche attestata dagli slogan che sono circolati in rete e che sono l’oggetto di critiche.
Immagini e parole degli slogan della campagna sono significativi, anche dal punto di grafico, poiché le pubblicità sono fatte per calamitare l’attenzione sul messaggio che si vuole dare, che sono ben lontane dal linguaggio formale e clinico utilizzato all’interno del piano.

“La fertilità è un bene comune”, recita uno di questi slogan, mentre la fertilità viene paragonata all’acqua, che è veramente uno dei beni comuni non solo della società italiana, ma dell’umanità intera. Comparare una scelta personale e privata a un bene pubblico non solo è anacronistico, ma è anche indice di voler limitare la volontà del singolo che, nel momento in cui si vive la maternità considerata come “prestigio” vedrebbe un miglioramento del suo stato sociale: da qui si nota come la paternità passa in secondo piano – calcando la mano sulla donna che viene “istigata” al dover avere figli – e come nessuna delle due venga vista per quello che è davvero, un diritto.

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“Il rinvio alla maternità porta al figlio unico. Se arriva” afferma un altro degli slogan con su rappresentato un bambino che viene deriso alle spalle dall’ombra di un altro bambino che indica proprio il fatto che il primo è solo. La propaganda tende a sottolineare che un solo bambino potrebbe non essere il numero di figli desiderati in una famiglia, ma dato che “La bellezza non ha età. La fertilità sì” – affermazione di un altro slogan – se si rimanda troppo non si riesce ad avere un figlio. L’orologio dunque ticchetta sempre in avanti, con la conseguenza di ridurre drasticamente le possibilità di avere un figlio, e l’immagine proposta risulta essere ansiogena.
Da qui la domanda è spontanea: è davvero necessario avere un figlio – o più di uno – per essere una persona (in generale, al di là del sesso) realizzata nella vita? Una donna – dato che ci si rivolge maggiormente alle donne – deve restare sempre legata alla figura materna come l’unica possibile e ben accetta?
E anche: qual è il senso della procreazione come valore pubblico?

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“Datti una mossa! Non aspettare la cigogna”, “Genitori giovani. Il miglior modo di essere creativi”, recitano altre due pubblicità.
Anche queste altre réclame fanno molto parlare: la prima è categorica, a dir poco imperativa, e la seconda continua a dire che è più si è giovani e meglio è per avere un figlio. Se però non abbiamo le condizioni necessarie per poter avere un figlio è giusto procreare lo stesso?

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L’educazione sessuale e l’informazione di tipo medico vengono finalizzate alla procreazione.
“Educazione sessuale” ed “educazione alla fertilità” sono due cose molto diverse e il modo in cui tutto ciò viene affermato solleva anche altre questioni.
Viene affermato che bisogna dare “la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente”: questo implicherebbe che chi fa uso della Procreazione Medicalmente Assistita non ha compiuto una scelta consapevole? Oppure è un modo per far capire che la “vera” famiglia è quella composta da una madre e un padre, possibilmente giovani, che hanno figli senza ricorrere a metodi che si avvalgono dell’aiuto della scienza oppure all’adozione (scelta che non pare nemmeno contemplata)? Perché si vuol parlare dei fattori di rischio che minacciano la salute riproduttiva in veste della fertilità? È la fertilità l’unica ragione per cui bisogna essere informati su tutto ciò che riguarda la nostra salute?

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Promuovere una campagna informativa sulla salute di modo che la maggior parte dell’utenza possa prendere coscienza delle proprie abitudini di vita non proprio sane è un modo per aumentare la consapevolezza ed eventualmente cercare di adottare una condotta migliore, e le immagini possono rivestire un ruolo importante, come anche le parole che hanno un proprio peso.
A parità di informazione e di intensità con cui se ne parla, la salute riproduttiva maschile viene spesso tralasciata, con la conseguenza che gli uomini tendono a fare meno controlli o a non sapere molto parlando delle patologie che possono interessare il loro apparato riproduttore.
Sicuramente il volerne parlare di più è importante ed è giusto, ma è davvero necessario farlo riconducendo sempre tutto alla fertilità e utilizzando immagini inequivocabili che hanno un certo connotato sessista (che non riguarda sempre e solo le donne, è bene rimarcarlo)?

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Il “Piano Nazionale per la Fertilità” utilizza così l’aspetto positivo dell’informazione e della prevenzione a livello sanitario per unirlo ai concetti ideologici del calo della natalità, che deve essere visto come un “valore sociale” e che vede la concezione del ruolo della donna come madre non per libera scelta, ma come subordinato a un benessere sociale che non avrebbe nel caso in cui non ha figli.
La salute riproduttiva viene trattata inadeguatamente, con una certa vena di allarmismo del tutto controproducente oltre che in modo offensivo verso la dignità della persona che viene vista solo per lo “scopo” che essa può avere ossia il fine riproduttivo.

Definire l’infertilità come causa preponderante della denatalità di un Paese intero è errato, soprattutto se non si tiene in conto dei fattori socio-economici che sono alla base del benessere del cittadino che può pensare di scegliere di avere una famiglia con figli quando vede presenti tutte le condizioni necessarie.
Pur parlando di tutti gli aspetti a livello sanitario per capire meglio cosa sia l’infertilità e come poter mantenere lo stato di salute non incorrendo in uno peggiore, la “soluzione” adottata è molto discriminatoria e non mira a garantire i diritti sessuali (oltre a quelli riproduttivi), cosa che è possibile fare dando il giusto peso a consultori, all’applicazione della legge 194 che deve essere sempre garantita, al pieno accesso alla contraccezione e alla procreazione medicalmente assistita.

Il rispetto dei diritti è possibile soltanto con politiche efficaci che rimuovono gli ostacoli all’esercizio dello stesso, senza sfociare nell’ideologia che vede la riproduzione come un dovere, con la conseguenza di essere per nulla imparziale e altamente discriminatorio. Questo sarebbe possibile solo se il “piano nazionale della fertilità” venisse rivisto, adeguato e calibrato a tutti gli aspetti della salute sessuale e riproduttiva, aprendolo anche ai necessari sistemi a sostegno della genitorialità, di modo che l’informazione possa davvero portare a delle scelte consapevoli e responsabili, in piena coscienza del singolo individuo.

Link del piano ministeriale

http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf

Pubblicazione del piano

http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=2083

Sito del Fertility Day

http://www.fertilityday2016.it/

Barbara Zimotti