Polistena: una storia che cambia

I singoli fili di una trama sono consapevoli di ciò che, insieme, creano?

Ciascun nodo di una rete ha idea di quanto resistente sarà quella, nel complesso?

E quand’è che il blu smette di esser tale per sfumare nel verde?

Polistena è stata l’occasione per prendere coscienza di questo.

Lunedì 1 Agosto, infatti, proprio nella città reggina è iniziato il campo tematico di Libera “Diritti negati e corruzione in ambito sanitario”, organizzato da Massimo Brunetti, membro del progetto” Illuminiamo la Salute” e responsabile del settore Prevenzione Corruzione e Trasparenza dell’Ausl di Modena e Antonio Napoli, socio fondatore della cooperativa Valle del Marro, nata ufficialmente nel 2004 in seguito all’opportunità offerta dalla legge 109/96 e da un progetto di Libera sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. L’inizio di questo percorso affonda le radici nel vissuto di giovani che all’interno della propria famiglia, nell’associazionismo, nel cortile dell’oratorio, scelgono di combattere la mentalità mafiosa.

Il denominatore comune che ha spinto ciascuno di noi partecipanti, studenti o lavoratori nel settore medico, a partire, è stata la voglia di venire a contatto con aspetti differenti di un ambiente che è e sarà quotidiano impegno, oltre che impiego, anche quelli meno visibili e chiari e avere la possibilità di sentire un territorio spesso soggetto a pregiudizi, preconcetti e distanze, che rischiano di far percepire, al di fuori di esso, un’immunità soltanto fittizia.

La città che ci ha ospitato si trova nell’entroterra della Calabria, si affaccia sulla piana di Gioia Tauro ed è a circa 250 metri sopra il livello del mare. Dalla parte più alta è possibile vedere il mar Tirreno e le colossali gru del porto di Gioia Tauro, che si stagliano verso il cielo spezzando la continuità dell’azzurro del mare.

Quello di Gioia Tauro è il secondo porto più grande in Europa per scambio di merci e di droga. L’intera zona è stata per molti anni, ed è ancora, teatro di scontri e vicende mafiose.

Lo stesso palazzo in cui eravamo alloggiati era di proprietà della famiglia Versace, una delle famiglie mafiose di Polistena. È un edificio molto imponente, a quattro piani. Al piano terra c’era prima un bar che è stato chiamato, negli anni ’80, “Bar 2001” a significare che anche dopo 20 anni loro, i Versace, ci sarebbero stati. Adesso non c’è più perché è presente il presidio di Emergency, aperto nel 2011, e una biblioteca che Antonio, il contadino filosofo, con tanta dedizione e passione sta mettendo in funzione. Al primo piano si apre un immenso salone con una grande vetrata che dà sulla strada principale. Era la sala dove la famiglia mafiosa obbligava a fare tutti i ricevimenti di matrimonio di giovani coppie di Polistena. Adesso non più, ora ci siamo noi che facciamo incontri con testimoni della lotta alla mafia. Al secondo piano c’è l’ostello in cui eravamo alloggiati, con camere ampie e coloratissime, bagni, cucina e refettorio. La funzione precedente di questo piano era ospitare la sede della scuola pubblica; lo Stato Italiano pagava l’affitto dei locali alla famiglia Versace! La struttura ha cambiato nome e natura: costituisce ora il centro polifunzionale “Padre Pino Puglisi”, un punto di riferimento per la gente del paese e delle zone attorno, occasione per venire a contatto con una realtà sana, se non addirittura bonificata. Uno dei ragazzi che ha aiutato a far nascere il Centro di Aggregazione Giovanile “Luigi Marafioti” racconta di come, inizialmente, vi fosse remora da parte delle persone anche solo ad entrare nel centro, ma, poco alla volta, la struttura intera e la piazza antistante (Piazza Giuseppe Valarioti, vittima di mafia, ma chiamata da tutti Piazza 2001) si sono liberate del patronimico legato ai Versace.

La giornata aveva orari ben precisi: la sveglia al mattino presto, inizio del lavoro nel campo per le 8,30 proseguendo fino alle 12,30 con in mezzo qualche minuto di pausa. Il lavoro manuale svolto è stato quello di spietrare un campo di ulivi e togliere le erbacce intorno a una siepe. Dopo il pranzo, preparato dalle volontarie della parrocchia, seguiva un’oretta di riposo e poi l’incontro pomeridiano con interventi diversi a seconda del tema trattato.

I  primi giorni abbiamo ascoltato due testimonianze che  hanno permesso di affacciarsi alla realtà intorno. La prima è stata quella di Don Pino De Masi, parroco della chiesa di Polistena e referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro. Quando vi arrivò negli anni ‘80, Polistena era la più grande piazza dello spaccio, e, a causa della sua esplicita presa di posizione, aiutando i tossicodipendenti e organizzando campi estivi per i ragazzi, venne più volte minacciato. Denunciando gli illeciti di cui chiunque era a conoscenza e facendolo direttamente a tutta la comunità, durante la Messa, ha pure risolto il “problema dell’inchino” durante le processioni, impedendo così di celebrare, come è tristemente usanza, la potenza del clan locale pubblicamente.

La seconda è stata invece quella del Dott. Paci, Procuratore aggiunto presso la Procura di Reggio Calabria. Grazie alla sua ricostruzione, abbiamo potuto cogliere gli intrecci che intercorrono tra mafia e Sanità, in una regione, la Calabria, che ha subito plurimi commissariamenti. Nel transito da mafia “agricola” alla sua evoluzione più imprenditoriale, la figura del medico è stata fondamentalmente resa garante della necessità, per chiunque, di entrare in contatto con il mafioso, distorcendo il concetto di fiducia del rapporto medico-paziente e, in senso più ampio, medico-comunità. Una vera e propria opera di legittimazione sociale, oltre che una rapida via di accesso al finanziamento pubblico: boss mafiosi e affiliati laureati in medicina, cliniche private riconducibili a loro, concorsi pubblici manovrati. Un chiaro esempio di questo anello di congiunzione, in cui il diritto alla salute viene convertito in uno scambio di favori, concedendo quindi una solida base clientelare ed elettorale, è raccontato da Francesco Forgione in “Porto Franco” quando descrive la persona del sindaco Vincenzo Gentile:

“A Gioia c’è ancora chi racconta che quando lo chiamavano per fare le visite in casa lui, la prima cosa che faceva, prima ancora di lavarsi le mani nella bacinella e di prendere l’apparecchio della pressione, era quella di togliersi la pistola da dietro la cinta e posarla al capezzale. Cecè era così, un uomo vero, carne e sangue, e per questo gli volevano bene.

Le elezioni le stravince e nessuno se lo aspettava. Ma ora tutti cominciano a capire. Pure i comunisti, che fino a quel momento non li aveva nemmeno sfiorati l’idea di nominare la parola mafia nei loro volantini e nei loro comizi. Dietro le quinte invece c’erano loro, i Piromalli.

(…)  Il dottor Gentile, tra gli oltre 2200 assistiti, ne aveva uno che spiccava su tutti: era il medico personale di Peppino Piromalli, che (…) era diventato il capo dei capi della Piana e della Calabria”.

Si rimane increduli ad ascoltare cose simili. L’incredulità interpone una distanza immateriale, talvolta aggravata, nella mentalità comune, da quella fisica: “Al Nord queste cose non succedono, e se succedono le portano gli altri”. Ben chiaro il contrario nelle parole di un altro testimone, Domenico Cordopatri, medico radiologo presso l’Ospedale di Polistena. Studi conseguiti tra Verona e Piacenza, un curriculum eccellente, eppure anche qui ha difficoltà ad avanzare, perché privo di raccomandazioni e conoscenze, in questo caso nell’ambito della massoneria. Modus operandi affine. Dopo essere tornato in Calabria, riesce ad ottenere, per merito, il posto di direttore dell’Unità di Radiologia, superando il raccomandato di turno.

La forza di chi quotidianamente deve interfacciarsi con queste realtà è emersa nelle storie raccontate in altri incontri, come quello con i familiari delle vittime Matteo Luazza, Annamaria Torre e Vincenzo Frangella, i quali hanno perso rispettivamente il fratello, “reo” di essersi innamorato della ragazza sbagliata, il padre, sindaco di Pagani attivo contro la camorra, e lo zio, medico di Gioia Tauro impegnato nel sociale. Il dottor Ioculano era certo che la cultura fosse “una delle terapie più utili per contribuire a guarire la società gioiese dai malanni e dai veleni che l’appestano, convinti come eravamo che più l’uomo è istruito e colto, più sa servirsi con discernimento di tutto ciò che conosce, usandolo per il bene e per l’uomo, certamente non per il male e contro l’uomo”.

Michele Albanese, giornalista de “Il Quotidiano del Sud” ora sotto scorta, ha permesso di integrare queste e altre testimonianze all’interno del territorio fisico in cui eravamo immersi, facendosi regista nella ricostruzione di più vicende che hanno avuto come sfondo l’Aspromonte. Il Monte Bianco (da ἄσπρος, appunto) si è rivelato essere prigione e nascondiglio ideale per i sequestri di persona, attività in cui l’ndrangheta si specializzò per avere un rapido aumento del capitale. Uno dei casi più noti è stato quello di Cesare Casella, rilasciato dopo due anni di prigionia, anche grazie alla pressione mediatica suscitata da sua madre, soprannominata Mamma Coraggio, che arrivò ad incatenarsi ai piedi della statua del Cristo di Zervò, ferito esso stesso da un colpo di lupara e sotto il quale avveniva il pagamento dei riscatti.

carlotta damianiL’esperienza del campo di Libera “Illuminiamo la Salute” è stata aperta a tutta la popolazione, mfrancesca d'imprimaa rivolta in particolare alle figure sanitarie, che già si trovano o si troveranno a lavorare in un settore dove la corruzione, per quanto forse poco percepita e magistralmente tenuta nascosta, esiste e comporta delle rilevanti conseguenze, tra le quali le più importanti sono lo spreco delle risorse e la qualità dei servizi. È d’altronde risaputo che, quale settore in cui  si muovono ingenti flussi di denaro, sia fertile terreno per lo sviluppo di fenomeni quali la corruzione, l’illegalità, i favoritismi e la mafia. Secondo il Quotidiano “Sanità” il 7,2% della spesa pubblica in Italia è destinato alla sanità e di questi soldi, più del 5%, corrispondente ad una cifra stimata di 6 miliardi di euro, sono sprecati a causa della corruzione. La Sanità risulta al terzo posto tra i comparti della Pubblica Amministrazione maggiormente a rischio di corruzione, preceduta da Ministeri e Regioni-Province-Comuni (ed è curioso, per noi studenti, notare che al quarto posto si posiziona l’Università).

Gli ambiti maggiormente a rischio di corruzione sono l’acquisto di beni e servizi, le gare di appalto per la realizzazione di opere, l’assunzione di personale, le nomine dei soggetti apicali (ad esempio i primari), l’accreditamento a strutture private, l’utilizzo improprio di farmaci, le liste d’attesa, lo smaltimento dei rifiuti e le false certificazioni. Come possiamo notare, le porte d’ingresso alla corruzione sono davvero molte ed è molto facile per un operatore sanitario entrare e rimanere avviluppato, vittima, se non addirittura artefice, di questi meccanismi.

maria rosiniSecondo una rilevazione effettuata nell’ambito del progetto Curiamo la Salute, dopo aver effettuato indagini all’interno dsara saffoi strutture interessate come Aziende Sanitarie locali, le Aziende Ospedaliere, le Aziende Ospedaliere integrate con le Università, le Aziende Ospedaliere Universitarie integrate con il SSN, gli Enti di Ricerca, è risultato che la  corruzione  è  percepita  dall’87,2% degli intervistati come un problema che rimane grave e che necessita di una pluralità di interventi. Addirittura, il 98,7% degli intervistati ritiene che si tratti di uno dei maggiori problemi che in questo momento affliggono il nostro Paese.

La mafia esiste, non soltanto al sud e forse è ancora più pericolosa quando “infetta” la Sanità, proprio a causa del suo modo subdolo di manifestarsi, apparendo come un fenomeno quasi normale, una consuetudine, un meccanismo attraverso il quale è necessario passare per farsi strada. Al contrario: il messaggio che è importante trasmettere è che la mafia non è normale, che esistono modi per indebolirla ed eliminarla: parlare della mafia, conoscere il fenomeno, “illuminare” ciò che è oscuro e sospetto e studiare, imparando a non negarlo, sminuirlo o nascondere la realtà. Il camsilvia brognolipo di Libera” Illuminiamo la Salute” è stato oltremodo prezioso per noi studenti futuri medici, perché ci ha offerto la grande opportunità di vivere il fenomeno dall’interno, in una delle terre dove la mafia è più radicata e diffusa e ci ha introdotto agli strumenti grazie ai quali è possibile riconoscere e  prevenire la corruzione. Così come le malattie vengono approcciare su più fronti, grazie a prevenzione, presa in carico e cura, anche la Mafia, questo morbo che affligge la nostra terra, può essere attaccata da più lati, con il contributo di ciascuno. Il singolo -medico, studente, dirigente- forse può fare poco: il gruppo può formare una rete ben resistente e oltre a fornire gli strumenti per combattere, garantire protezione e tutela.

Sicuramente è stata un’esperienza pazzesca, senza paragoni.

Si avverte, tra le righe dei nostri racconti, la sensazione che il campo ci ha lasciato: un’immensa voglia di essere parte del cambiamento, di essere gli anticorpi della nostra terra, infettata dalla disonestà, dall’illegalità, dall’omertà.

Allo stesso tempo però, siamo tornati con il cuore colmo di paura: no, non la nostra, bensì di chi ci ha salutato, l’ultimo giorno, dicendoci “Non dimenticatevi di noi, domani”.

Eh sì, perché è così che succede, a volte: si passa una settimana immersi in un ambiente completamente nuovo, ci si abitua alle frasi, si capiscono i meccanismi che stanno dietro a questo macchinario che sembra appartenere ad un universo parallelo al nostro. Si torna a casa, con in testa tante promesse e nel cuore tanta voglia di cambiare, ma poi i giorni passano: la voglia si fa meno forte, i ricordi svaniscono. È umano.

Questo è esattamente ciò che vogliamo e che dobbiamo evitare: abbiamo il compito di remare contro il nostro essere umani, di combattere contro il declino della consapevolezza, di mantenere vivo il ricordo.

Non si tratta della rimembranza di un evento passato della nostra vita, che a volte riemerge dal mare di ricordi che inonda la nostra mente. Si tratta invece della realtà, dell’attualità, così vicina da rendersi poco nitida, come succede quando un oggetto viene avvicinato troppo agli occhi dell’osservatore.

A volte sembra che i giorni si susseguano inesorabilmente uno dopo l’altro, tutti identici. Si sente velocemente una notizia al telegiornale e, come al solito, si sbuffa: “Tanto non cambierà mai niente”.

E se invece non fosse così? E se, invece, decidessimo di ricordare alle persone che i giorni non sono tutti uguali tra loro?

Il 9 dicembre è la Giornata Internazionale Contro la Corruzione. Il 6 aprile è la Giornata Nazionale Contro la Corruzione in Sanità. Il 21 marzo è la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Rammentiamolo a coloro che affermano con tranquillità che la mafia esiste solo al Sud Italia, facciamo aprire gli occhi ai tanti medici che, sbadatamente, si dimenticano delle iniquità a cui hanno assistito, e che, evidentemente, erano tanto vicine da annebbiare loro la vista. Parliamone, così che ogni giorno sia memoria e divulgazione.

Gli anniversari e le ricorrenze sono il nostro mezzo per renderci conto che il tempo si può fermare, che il passato si può ricordare, e che il futuro si può cambiare. La parola è l’arma più potente di cui disponiamo, e i membri della nostra meravigliosa associazione lo sanno molto bene.

Ci piacerebbe fare conoscere questa nostra esperienza ad altri studenti di Medicina e di altre facoltà, oltre che con questo articolo, anche attraverso attività e conferenze nelle diverse realtà locali: illustrazione di foto e filmati del campo, lettura di testimonianze e interviste dei protagonisti della lotta alla mafia, giochi di ruolo per far provare sulla propria pelle i meccanismi della corruzione in sanità, proiezione e discussione del  film “Il venditore di medicine” (che abbiamo visto e commentato al campo) ci sembrano ottimi strumenti per sensibilizzare altri ragazzi come noi ad un tema così importante. Si inizia dalle piccole cose, e poi, con il crescere della consapevolezza delle persone, potranno nascere nuove idee e proposte. Ciò che è più importante è diffondere ed impedire che i fatti cadano nell’oblio.

Possiamo essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo, se lo vogliamo davvero.

http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=37841

https://www.curiamolacorruzione.it/sanita-bruciati-per-corruzione-e-frodi-6-miliardi-di-euro/

http://www.reforming.it/doc/873/report-curiamo-la-corruzione-aprile2016.pdf

Sara Saffo, Carlotta Damiani, Silvia Brognoli,Francesca D’Imprima, Maria Rosini