Vorrei, ma non pos(t)so
24 Nov 2016

Autori

Tags

Related Posts

Share This

Vorrei, ma non pos(t)so

10407833_1585704344980620_5388641904376468544_nQuesto sarà un pezzo diverso dal solito, cosa forse già nota dal titolo che riprende quello di un tormentone estivo.

Chi scrive è una ragazza che sin da piccola diceva che da grande avrebbe fatto sia il medico sia la scrittrice. Entrambe le cose, assieme: non avrei rinunciato a nessuna delle due, mai, perché sentivo che se ne avessi fatto solo una non avrei vissuto al pieno delle mie potenzialità e mi sarei sentita incompleta.

Nessun compromesso, nessuna incertezza, i miei due sogni non hanno mai viaggiato l’uno in modo divergente dall’altro, scontrandosi con la mia coscienza o con la realtà, ma si sono incontrati e hanno permesso di essere una cosa sola non appena ho avuto l’occasione per scrivere per Zona SISMica.

Scrivere per Zona SISMica mi ha permesso di mettermi in gioco, superando quello che per me era un passo di montagna a dir poco invalicabile: provare a far qualcosa di utile, di concreto, proprio come quello che voglio fare donando la mia vita come medico, ma stavolta grazie alle parole, ossia quel mezzo che mi permette anche di sognare e di vivere altre vite oltre alla mia, come narratore e come personaggio.  

Una parte di me sorride pensando nello scrivere queste parole proprio nel mese di novembre, il mese in cui cade ogni anno una specie di sfida con se stessi, per ogni persona che vive di parole o che vuole cimentarsi nell’impresa di scrivere qualcosa, dal nome di NaNoWriMo.

Non credo alle coincidenze, ma per la “me scrivana” è un’associazione senz’altro piacevole.

L’altra parte di me, pensando alla scrittura e alla medicina e a quanto possano dare a livello qualitativo assieme, s’intristisce, perché nota che tutto il potenziale delle parole unite al sapere medico resta inespresso, oppure visto soltanto come un concetto più di nicchia, a cui le persone nel quotidiano non possono avvicinarsi.

Vuoi perché si pensa che scrivere sia difficile, vuoi perché si ha un certo snobismo nei confronti della scrittura in sé, ma alcuni pregiudizi sono duri a morire.

Nella mia realtà quotidiana, da studentessa di medicina, ho notato che le lettere in generale o qualsiasi passione del singolo che è prettamente umanistica non è ben vista, almeno come tendenza maggioritaria, come se fosse qualcosa di cui “vergognarsi”, qualcosa di “inferiore”, che non vale tanto quanto quello che noi facciamo nel nostro percorso di studi e che dunque non serve dedicarsi a qualcosa di “inutile”. Tutto ciò è abbastanza sconfortante.

Da quando sono membro del SISM mi sono sentita parte attiva di una realtà più grande di me che mi ha permesso di crescere sia come studentessa e futuro medico sia come persona, permettendomi di porre – a me stessa e agli altri – delle domande anche profonde su come si vuole diventare medici, un domani, e la consapevolezza di pensieri, parole e azioni non è così scontata come si potrebbe pensare, anzi, è un processo graduale che si avvale anche dell’informazione, oltre che dei gesti concreti. Se non si conosce è difficile poi agire, tra le altre cose.

Mi piacerebbe dire a persone ormai medici anche già entrati in scuola di specializzazione che il SISM non è “una perdita di tempo” – per riprendere le loro parole – perché grazie al SISM mi sento una persona più ricca e completa.

Zona SISMica è stato il modo grazie al quale le mie parole hanno smesso di essere soltanto e propriamente mie, diventando quelle di tutte le persone che hanno letto, magari riflettuto su quello che ho scritto e hanno scelto di estendere un messaggio condividendolo a loro volta. Questo succede ogniqualvolta qualcuno decide di dar voce al proprio messaggio, dando forma e corpo a un pensiero che può raggiungere anche gli altri e non c’è nulla di più bello di vedere una rete di persone che comunica con tutti i mezzi a disposizione.

Il clima che si crea con la redazione è proprio quello di un gruppo che non ti lascia allo sbaraglio, anche se non si è alle prime armi con le parole: il lavoro che crei è tuo e tale resta, ma dietro di te ci sono delle persone pronte ad aiutarti sistemando parlando di stile, costruzione delle frasi, elaborazione dei concetti… me n’ero accorta sin da quando mi era capitato di fare l’articolista per la prima volta e quando sono diventata io parte della redazione mi sono impegnata con tutta me stessa nel mettere a disposizione le mie conoscenze per rendere gli articoli più fruibili e gradevoli anche dal punto di vista dell’elaborato stesso.

Non sono mai stata sola, nemmeno in questa circostanza, e posso assicurare che è una bella sensazione rendersene conto e saperlo le occasioni successive.  

Oggigiorno è molto facile comunicare con gli altri e grazie al web molti messaggi raggiungono più in fretta una grande fetta di utenza. Per condividere sui social, per esempio, una semplice foto, un link musicale o qualsiasi altra cosa occorre pochissimo tempo; se ne impiega di più nel dirlo che non nel farlo davvero.

Eppure, una domanda si fa strada in ogni persona che vuole dire qualcosa agli altri: perché è diventato più difficile farsi ascoltare e comunicare se abbiamo più modi per farlo e anche rapidi?   

La risposta che mi sono data e che propongo come spunto di riflessione è data… dal titolo di questo articolo!

Spesso manca la voglia di condividere quello che si legge e un gesto così semplice e ormai addirittura meccanico in certe occasioni diventa un modo per dire “questo non è importante”, “questo non mi interessa”.

Sicuramente è una libera scelta, ma nel momento in cui poi chi compie questa scelta dice “avrei potuto fare di più per estendere il messaggio condividendolo” mostra un paradosso che poteva non esserci, perché era noto il modo per ovviare a quella che viene definita poi come una mancanza.

“Spendere un secondo” per una condivisione di un articolo non dovrebbe pesare, almeno credo.

L’augurio che vorrei fare, a tutti come anche a me stessa – perché non è mia prerogativa puntare il dito verso qualcuno ponendomi con un atteggiamento superiore – è quello di vedere Zona SISMica crescere, accogliendo chiunque voglia dire qualcosa come si è sempre fatto, ma facendo capire ancora di più che non bisogna aver paura di mettere davanti una pagina bianca i propri pensieri e allo stesso modo di mettere noi stessi davanti questa pagina che sa essere spaventosa.

Se si pensa di avere qualcosa da dire, un qualcosa capace di permettere uno scambio costruttivo, partendo dall’informazione e dalla condivisione di idee che possono arrivare anche alle altre persone, allora non bisogna mai avere paura di prendere la penna – oppure di mettersi davanti un programma di videoscrittura – e di lasciare che le parole investano la pagina come un fiume, concretizzando con l’azione la volontà di esprimersi.

Va da sé che nessuno mai farà un cartello in stile “Zio Sam” per reclutare qualcuno per scrivere, ma sentivo di dire che si è sempre a disposizione, sempre dalla parte della realtà della medicina che ci riguarda da vicino e delle parole.

Riprendendo le parole di William Forrester nel film Scoprendo Forrester di Gus Van Sant: “La prima stesura la devi buttare giù, col cuore, e poi la riscrivi, con la testa. Il concetto chiave dello scrivere è… scrivere, non è pensare”.

Cuore e testa ci sono, assieme a un brano. E ci sono anche le nostre mani, pronte a sostenervi in questo viaggio.

Barbara Zimotti