Film per il primo dicembre, per il World AIDS Day

10407833_1585704344980620_5388641904376468544_n“Che noia”.

Questa è la frase che mi è capitato di sentire più spesso parlando del primo dicembre, giorno in cui ricorre il World AIDS Day, la giornata mondiale di sensibilizzazione sulla pandemia da AIDS e HIV.

Dato che parlare di malattie sessualmente trasmesse al giorno d’oggi non è più un tabù – o per lo meno così pare – è opinione comune che ormai tutto ciò che c’era da dire su HIV e AIDS è stato detto, quindi non ha più senso parlarne; per un motivo o per un altro si pensa che tutto il mondo conosca qualcosa riguardo la malattia, come si trasmette, come agisce il virus dell’HIV nell’organismo umano e così via.

Eppure, come mai ancora oggi abbiamo 36,7 milioni di persone nel mondo che vivono con l’HIV? Come mai più del 40% delle persone sieropositive non conosce il proprio stato sierologico? Come mai più del 10% delle persone sieropositive denuncia che è stato loro negato l’accesso alle cure? Come mai accade ancora che una persona sieropositiva venga licenziata oppure rifiutata durante un colloquio di lavoro per via del suo stato sierologico?

Evidentemente qualcosa nel discorso fatto dai più non torna.
Evidentemente è ancora possibile e soprattutto doveroso parlarne.

La SCORA ha a cuore da sempre questo tema e non è un caso che ci si prenda l’impegno di parlarne quanto più possibile di modo che l’informazione possa permettere una presa di coscienza della pandemia da parte di quante più persone possibili.

A presente, anno 2016, molti sono ancora i pregiudizi, i giudizi negativi – spesso derivati da dubbi e perplessità – e lo scherno unito alla diffamazione per tutti coloro che scoprono di essere sieropositivi; attualmente ciò non è più una condanna a morte nel senso letterale della definizione – i progressi della scienza hanno portato molte innovazioni – e allo stesso modo non deve più accadere che lo sia a livello morale e sociale. Alle volte è proprio il peso della società a influenzare negativamente la vita di chi ne fa parte e quindi non è una componente da trascurare.

Data la mia passione per il cinema, ho pensato di proporvi una piccola “playlist” di film – parlandone in breve – con personaggi sieropositivi o che hanno l’AIDS e che trattano come tema proprio la patologia e anche l’impatto che essa può avere nella vita dei singoli e delle persone attorno a loro.
Il messaggio che vorrei si cogliesse da questo articolo è molto semplice: le arti possono aiutare a far passare un messaggio, in un modo spesso anche più incisivo delle sole informazioni. Un’arte d’impatto come il cinema che si avvale – tra le tante cose – di immagini e suoni riesce ad accompagnare informazioni, sempre che si riesca a contestualizzarle, ed eventualmente cercare di saperne di più è un veicolo di informazione e cultura da non trascurare.

Una cosa importante da notare è che, alcune volte, questi prodotti cinematografici derivano da opere autobiografiche di persone che hanno contratto il virus e che poi sono morte a causa dell’AIDS: questo non è un dato da trascurare perché, come si ha il pregiudizio che “si è già detto tutto al riguardo” si ha anche quello che si può riassumere nei termini “la malattia interessa solo coloro che la contraggono” laddove invece se si parla di salute siamo tutti invitati a riflettere, informarci e considerare tutte le possibilità per migliorare la qualità della vita di tutti.

Nota: tralascio volontariamente “Dallas Buyers Club” dalla lista, per far spazio a film meno noti, ma non per questo non lo reputo importante o da non vedere, anzi!

Philadelphia

Diretto da Jonathan Demme, questo film ha come protagonista Andrew Beckett (Tom Hanks), un giovane avvocato collaboratore in un noto studio legale di Philadelphia che all’improvviso viene licenziato. Il motivo addotto è la sua incapacità a livello lavorativo, ma la vera ragione è stato lo scoprire il suo essere sieropositivo da parte dei colleghi. Andrew decide di non lasciar correre e di intentare causa allo studio legale sebbene fatichi a trovare un avvocato che accetti di patrocinarlo. Il suo difensore sarà Joe Miller (Denzel Washington), un avvocato che si occupa di diritti sociali – e che Andrew aveva “battuto” durante un processo – vincendo dapprima i propri pregiudizi sugli omosessuali e sui sieropositivi. Accettando la causa di Andrew, Joe noterà che i pregiudizi che aveva dapprima lui sono anche quelli della società, e sarà lui a volerli scardinare perorando la causa del suo assistito che può contare oltre che su di lui anche sul suo compagno, Miguel, e sull’affetto della sua famiglia che lo ha sempre supportato.

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Guerra al virus

Conosciuto anche col titolo “Il grande gelo”, questo film per la televisione diretto da Roger Spottiswoode vede come protagonista un medico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Don Francis (Matthew Modine), che nel 1976 scopre che la popolazione di un villaggio africano è stato decimato a causa di una strana febbre. Intuitivamente capisce la pericolosità, e col passare degli anni viene isolato il virus dell’HIV.
La popolazione, soprattutto quella statunitense, pare del tutto indifferente alla malattia, specie perché pensa che il virus colpisca soltanto gli uomini omosessuali, alimentando il pregiudizio e diffondendolo, il medico e la sua équipe pertanto cercheranno di informare attivamente la popolazione per mezzo di campagne sanitarie destinate a tutti senza discriminazioni, specie per l’orientamento sessuale.

Questo film è ispirato al saggio di stampo di giornalismo investigativo “And the band played on: politics, people and the AIDS Epidemic” di Randy Shilts (già precedentemente biografo di Harvey Milk) che parlò della diffusione di HIV e AIDS ponendo l’accento sull’indifferenza del governo statunitense che cercava di confinare i casi di malattia nelle comunità omosessuali, non senza mancare di definire tutto ciò che si sapeva a livello medico e mediatico del virus, almeno fino al 1987, anno di uscita del libro, compresa la faccenda di Gaëtan Dugas, lo steward franco-canadese che fu definito “Paziente Zero” e che nell’accezione popolare fu bollato come “untore” per ciò che riguarda la diffusione dell’HIV negli Stati Uniti, cosa che è stata smentita solo quest’anno dagli ultimi studi.
Lo scrittore decise di non conoscere l’esito del suo test per l’HIV fino a quando non avrebbe finito il saggio, per evitare di non essere obiettivo.   

Notti Selvagge

Scritto, diretto e interpretato da Cyril Collard, questo film ambientato a Parigi ci presenta la storia di Jean, un giovane operatore e direttore della fotografia. Durante un provino conosce Laura e hanno un rapporto non protetto, e Jean non le rivela di essere sieropositivo. Sebbene all’inizio Laura si arrabbia per questo decide comunque di continuare la relazione con Jean che a sua volta continua a vedere Samy, il ragazzo che vedeva già da prima, e avendo incontri occasionali sotto i ponti della Senna.
Attraverso una regia che presenta scene frenetiche e caotiche abbiamo questo ragazzo cinico ed egoista che cerca di combattere la sua condizione, ignorandola e provando a godere dei piaceri della vita in modo irresponsabile, mentre il tempo passa, come se la vita non facesse sconti a nessuno, in una concezione che alle volte è la vita stessa a essere un errore, dal punto di vista di chi si trova a vivere in determinate circostanze.
Senza pietismi l’attore e regista ha raccontato ciò che è capitato a lui nella propria vita, a partire dall’omonima autobiografia, non nascondendo i comportamenti scorretti che ha avuto nei confronti delle persone con cui si relazionava, mentre la fame di vita che cercava a tutti i costi logorava anche se stesso, senza che lo sapesse in modo consapevole.
Una delle riflessioni che questo film permette di fare è uno degli interrogativi che spesso ci poniamo: bisogna dire di essere sieropositivi al partner? Questa domanda poi si collega anche al come si dovrebbe procedere nella vita di relazione col prossimo in modo ideale e questo è tuttora oggi fonte di dibattiti dati i vari punti di vista al riguardo.

I testimoni

In questa pellicola diretta da André Téchiné ci ritroviamo nella Parigi degli anni Ottanta (più precisamente tra il 1984 e 1985, gli anni in cui si sente parlare per la prima volta in Francia di vittime di AIDS), città in cui va a vivere Manu, un giovane di vent’anni, ospite di sua sorella, aspirante cantante lirica.
Libertino e amante dei rapporti promiscui in una notte in cerca di avventure conosce Adrien, un medico cinquantenne anch’egli omosessuale di cui diventa amico e che gli mostrerà la prospettiva di una vita migliore rispetto a quella a cui era abituato, facendogli da “guida spirituale” sebbene egli nutra un profondo affetto per il giovane sentimentalmente parlando.
Facendo anche la conoscenza di Sarah e Mehdi, novella scrittrice lei e poliziotto lui, appena raggiunti dalla nascita di un figlio in un apparente idillio famigliare, tutto questo cambia, anche grazie all’entrata di Manu nelle loro vite e che poi scoprirà di essere sieropositivo.
Se questo film almeno nella prima parte sembra una commedia, nella seconda parte si ha la descrizione di un dramma che coinvolge le persone nel loro privato andando contro gli schemi che prevedono spesso ruoli di genere già imposti nelle persone – come quello di una moglie che “naturalmente” sarà una buona madre oppure quello di padre che orgoglioso di avere avuto un figlio e che quindi è un “vero uomo” – oltre a quello che l’epidemia dell’HIV è un problema solo degli uomini omosessuali.
È questo quello che succede nel quotidiano: il dramma di una persona sieropositiva diventa, per certi altri versi, anche il dramma delle persone che stanno attorno alla stessa.
La malattia irrompe con conseguenze in termini di discriminazione, dolore, morte e le relazioni tormentate e il carattere dei personaggi permette poi di conoscere quale sarà il lascito di Manu, di cui le persone a lui care e vicine saranno testimoni come anche gli spettatori.

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The Normal Heart

Questo è un film tratto dall’opera teatrale di Larry Kramer che ne ha curato la sceneggiatura, ed è ambientato nel 1981.
Abbiamo Mark Ruffalo nei panni di Ned Weeks, un giornalista attivista per i diritti omosessuali e dichiaratamente omosessuale anch’egli che, non appena legge sul giornale di “un particolare tipo di cancro che ha colpito gli omosessuali” decide di farsi visitare dalla dottoressa Emma Brookner (Julia Roberts), anche perché si ricorda di quello che era successo proprio prima al suo amico Craig che era stato soccorso da lui perché tossiva spesso alla sua festa di compleanno.
La dottoressa lo invita a utilizzare le sue conoscenze per sensibilizzare la comunità gay riguardo il sesso sicuro dato che, come gli viene spiegato, la promiscuità rende tutti esposti al contagio. Sebbene abbiano un’accesa discussione riguardo l’opinione della dottoressa parlando dell’astinenza – a detta di lei il modo più comodo e sicuro per non essere contagiati – la morte di Craig che era stato ricoverato in urgenza proprio quando Ned era in ospedale –  Ned stesso si rende conto della necessità di informare quante più persone possibile e decide di farlo in prima persona, non riuscendoci, ma questo non gli impedirà di fondare un’associazione nata come gruppo di sostegno e di informazione per chi volesse saperne di più sulla malattia.
Si avvicinerà al giornalista del Times Felix Turner (Matt Bomer) per convincerlo a parlare della malattia – dapprima chiamata GRID, ossia Gay-Related Immune Deficency – sui giornali di modo che abbia maggiore risonanza mediatica, di cui si innamora.
La sua associazione diventerà poi un’associazione per raccogliere fondi e Ned cercherà aiuto legale da suo fratello avvocato che gli dirà che gli vuole bene, ma non considera gli omosessuali pari agli eterosessuali perché “hanno scelto di essere così”.
Passano gli anni e la voglia di informare, anche grazie ai canali del governo e degli enti di salute pubblici di Ned e di Emma non muta, ma Ned dovrà fare i conti con l’AIDS che se prima era la viveva sulla pelle degli altri, adesso è entrata nella sua vita di coppia.  

Angels in America

Qui abbiamo una miniserie televisiva in sei puntate che si rifà all’omonima pièce teatrale di Tony Kushner. Siamo sempre negli anni Ottanta negli Stati Uniti, il periodo in cui la comunità omosessuale vive lo scotto di quella che viene chiamata “la peste dei gay” (termine ancora attualmente usato) durante il periodo reaganiano.
Qui abbiamo la descrizione delle vite di alcuni personaggi che si intrecciano, narrate con riferimenti biblici e col tono ironico dell’opera di partenza che si interroga sull’esistenza del singolo e della società descritta.

Louis Ironson decide di lasciare il proprio ragazzo, Prior Walter, quando si rende conto di essere incapace di affrontare a livello psicologico la malattia del compagno. Il mormone Joe Pitt deve ancora accettare la sua omosessualità e non ha rapporti con sua moglie Harper che subisce le conseguenze emotive di quel distacco, e allo stesso modo Roy Cohn, mentore dell’avvocato Pitt, quando scopre di avere l’AIDS cerca di nasconderlo in ogni modo possibile sia perché teme ripercussioni dal punto di vista lavorativo essendo un personaggio politico vicino alla Casa Bianca sia perché a quel tempo era diffusa la dicotomia “AIDS uguale omosessualità”.
Intanto Prior vede angeli e fantasmi secondo i quali egli sarebbe un profeta e con cui parla della condizione dell’esistenza umana in un modo ascrivibile al sogno, mentre Louis è combattuto tra l’amore per Prior, l’amore che inizia a provare per e l’amore per la sua America perché non riesce a capire la ragione per cui la società sia diventata omofoba, rifiutandola con slancio.

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Fonte dati: http://www.unaids.org/en/resources/campaigns/WAD2016

Sul caso “Paziente Zero”: http://www.amjmed.com/article/0002-9343(84)90668-5/abstract

http://www.lescienze.it/news/2016/10/27/news/hiv_paziente_zero-3287374/

Barbara Zimotti