Il viaggio verso la strada

EDUCAZIONE SESSUALE ALLE PROSTITUTE: la nuova frontiera della peer education

15171019_10209034420310677_2375948540963247423_n“Sono sempre più numerose!”
“Io non so come la gente possa andare con loro”

“Se non ci fossero i mariti non tradirebbero”
“Quanto costerà farsi fare un servizietto?”
“Che schifo portano l’Aids”

Quante volte vi sarà successo di sentire queste frasi e magari qualcuna di queste l’avete detta voi ai vostri amici.
Negli ultimi anni, con la crisi africana e l’aumentare dei flussi migratori, si è, purtroppo, enormemente incrementato il fenomeno della tratta di essere umani e in particolare delle giovani donne che vengono sfruttate come sex workers. Questo evento sta diventando una vera e propria emergenza della quale però, nessuno parla. Sono argomenti che vengono censurati dall’opinione pubblica, venendo usata dal governo la scusa del tabù per non affrontare queste problematiche. Dopotutto, “perché bisogna aiutarle? Sono solo delle puttane“. Si usano frasi come questa per stigmatizzare e discriminare questa categoria, arrivando anche a negare loro aiuto e sostegno. Ci siamo, però, mai chiesti quale sia la storia che c’è dietro a quei tacchi alti e quelle gonne corte e trasparenti?
La situazione è quasi sempre la stessa: sono tutte giovani ragazze proveniente dalla periferia di Benni city, città della Nigeria. Vengono approcciate da altre donne che le illudono di poterle aiutare. Sono le figlie più grandi di una famiglia in cui i genitori sono morti e hanno la responsabilità di tutti gli altri, oppure sono le sorelline più giovani che nessuno riesce a considerare, o peggio ancora sono ragazze che subiscono continui abusi e violenze dai mariti che sono stati imposti loro.
Insomma sono le “emarginate”, sono quelle che non hanno nulla da perdere, ma possono solo sperare in un futuro migliore. È proprio su questo sogno che fanno leva le organizzazioni criminali che le avvicinano. Promettono loro una vita felice e piena di soldi in Italia o comunque in Europa e si offrono pure di pagare il viaggio. Così partono con gli occhi sognanti verso un futuro che è ancora peggio del loro passato. Affrontano la traversata  del Sahara su macchine che sembrano rottami o stipate in camion strapieni di persone in fuga per poi arrivare in terre libiche. Sono davvero poche le persone che riescono ad attraversare la Libia senza venire arrestate e si rischia di passare anche dei mesi in queste carceri dove non c’è diritto umano che venga rispettato. Molte di loro subiscono ripetuti abusi, un po’ per soddisfare i desideri dei loro carcerieri, ma anche perché i loro aguzzini sperano che rimanendo incinte sarà molto più facile ottenere per loro protezione sussidiaria. Ovviamente questo viaggio non finisce lì, ma in un modo o nell’altro riescono a imbarcarsi e prendere il mare per approdare in Europa. Hanno già un contatto che le attende e prontamente ricorda loro di avere un grosso debito. Infatti, questa terribile traversata ha dei costi enormi, si arriva a spendere anche 30000 euro. Se da un lato vengono incoraggiate dalle loro protettrici, le cosiddette Maman, ad entrare nei progetti di aiuto e sostegno per i richiedenti asilo (così da non doversi preoccupare dei bisogni primari delle ragazze: vitto, alloggio, assistenza base, abbigliamento ecc.), dall’altra finiscono comunque per strada per riuscire a guadagnare i soldi necessari per ripagare il loro debito.
Come avrete capito è un fenomeno che implica un giro di soldi con più di 6 zeri. Coinvolge le principali organizzazioni criminali, delinquenti e Maman, povere ragazze e cittadini; insomma coinvolge tutti e quindi anche noi in maniera diretta e non.

Quando si ascoltano queste storie non si può rimanere impassibili e sono molte le domande che invadono la mente: cosa possiamo fare? Come possiamo aiutare? Come possiamo noi, nel nostro piccolo, mettere un freno a questa tratta di essere umani?
Purtroppo non esistono risposte semplici e veloci a queste gigantesche questioni, ma qualcosa si può fare! Da questi interrogativi è partita una forte spinta ad impegnarci, sia singolarmente che come SISM di Torino, in questa direzione.
È nato così il nostro progetto di collaborazione con TAMPEP, associazione italiana con sede a Torino che si occupa d’interventi basati sul rispetto dei diritti e della dignità delle persone vulnerabili e socialmente discriminate, italiane o straniere, per favorirne l’integrazione e contribuire alla riduzione dei fenomeni criminali conseguenti al degrado sociale. Inoltre lavora con le donne migranti sex workers, per prevenire la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili e HIV. Proprio su quest’ultimo progetto abbiamo iniziato a collaborare affiancando l’educatrice e l’interprete nell’unità di strada. Durante questi turni si gira per le strade segnate come “zone calde”. Qui, con il pretesto di fare prevenzione e educazione sessuale, si approccia la ragazza in modo da fornirle, in un secondo momento, anche informazioni su come potrebbe essere aiutata e tutelata.
Molte potevano essere le iniziative in quest’ambito, noi abbiamo deciso di approcciarlo utilizzando le metodiche della PEER EDUCATION per svariati motivi: innanzitutto perché l’unico modo per abbattere stereotipi e discriminazioni è porsi in una situazione di parità. Tramite questo prezioso strumento abbiamo affrontato tematiche delicate riguardanti la sfera della sessualità. Dalla strada siamo poi passati a fare dei veri e propri incontri grazie alla collaborazione con la cooperativa MOMO. Questo successivo sviluppo del progetto è stato una meravigliosa opportunità di confronto e condivisione. Per la prima volta siamo riusciti ad avvicinarci davvero a un mondo che ci è completamente estraneo. Non abbiamo la presunzione di ritenerci degli esperti e nemmeno di aver trovato la soluzione a questa problematica, ma questa esperienza è stata rivoluzionaria per noi.

“Quando ho iniziato a prendere parte a questo progetto ero consapevole che umanamente sarebbe stato toccante, ma le aspettative sono state superate di molto. Non capita tutti i giorni di vedere donne, ma anche ragazze che avranno avuto la mia età o addirittura più giovani, indipendentemente dal colore della pelle o dall’etnia di provenienza, con quegli occhi allo stesso tempo pieni di speranza ma anche di tristezza portata dalle sofferenze patite. Mi ricordo ancora la faccia di una ragazza, con dei segni sul corpo che la mediatrice ha detto probabilmente essere dovuti all’Aids, quando l’abbiamo informata sull’esistenza di un tesserino sanitario per immigrati. È passata dalla quasi indifferenza verso di noi ad un ascolto attento, facendoci capire che stava iniziando a fidarsi di noi. Ovviamente tutto questo sarebbe stato quasi impossibile senza la presenza di una mediatrice nigeriana, come lei. Altre ragazze invece, che già conoscevano il progetto e avevano già incontrato le mediatrici in passato, si sono dimostrate subito molto socievoli come chi ritrova un amico dopo un po’ di tempo. Molte ragazze come loro sono vittime della tratta, sfruttate dalle cosiddette Maman e senza poterci fare nulla, nella speranza di una vita migliore. In questo ambito ci sarebbe ancora molto da fare ed è per questo che progetti così dovrebbero essere ancora più ampi e diffusi, distribuiti sul territorio e ben organizzati, perché da qualunque posto arriviamo e qualunque cosa ci abbia riservato la vita, prima di tutto siamo tutti esseri umani.”

– Francesco Perano

“Quando ho capito realmente che cosa stavo per fare, mi sono sentito profondamente a disagio. Mi sembrava in un certo senso di invadere un confine di non detto, di aprire uno spaccato in un mondo che forse, in fondo, l’Alessandro di una volta non avrebbe mai voluto conoscere.
Ero stato assegnato al turno notturno. Saliti sulla camionetta, armati di cracker, coperte e poche caramelle, abbiamo iniziato il giro, battendo palmo a palmo tutta la cintura nord di Torino. E per la prima volta ho visto la Paura, ma quella vera. Quella di chi passa le notti su strada, seminud*, nella speranza di non venir picchiat*, bastonat* o peggio.
Ecco pensate questo. E pensate farlo tutte le notti, ogni notte. Senza diritti, senza speranze, senza sicurezze. E aver, nonostante ciò, la forza ancora per sorridere.
Ho bisogno di credere che si possa fare realmente qualcosa. Ho bisogno di sapere che un giorno un altro  Alessandro “come me abbia il coraggio di guardare il mondo così com’è, senza filtri di alcun genere.”

– Alessandro Nepote

Questo speriamo non sia tutto, ma che sia solo l’inizio, che sempre più con cognizione e determinazione possiamo portare avanti tutti insieme la nostra piccola lotta contro la tratta di essere umani, che nel nostro piccolo possiamo davvero essere il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo.

Alice Silvestro