Incroci

Come mai hai deciso di imbarcarti in quest’avventura?

Sono andato perché sentivo l’esigenza di capire meglio, avevo la sensazione di percepire solo un piccolo tassello di una grande verità e per comprenderla più a fondo dovevo andare a Idomeni.

Prima di arrivare immaginavo di trovare una catastrofe umanitaria, ed in parte lo è stato, ma questa realtà ha avuto molte altre facce. Idomeni era un villaggio, una vetrina di fallimenti politici, un laboratorio di collaborazione tra volontari, un miscuglio di etnie e religioni, un luogo dove si soffriva, si sperava, si raccontavano storie, un luogo di resistenza.

Idomeni per me è molto difficile da raccontare, cercherò di farlo (sperando di non sembrare patetico o ripetitivo) per provare a spiegare quanto queste persone siano uguali a noi.

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Con che associazione/gruppo hai deciso di partire, perché hai scelto proprio quello/quella?
In pratica, qual era il tuo ruolo e quali mansioni svolgevi quotidianamente?

A marzo, quando sono arrivato la prima volta, si erano da poco chiuse le frontiere, quindi quel campo di grano e papaveri non era più un punto di passaggio bensì un luogo dove le persone cominciavano a stabilirsi. Qui mi ha accolto un’associazione americana (SCM medical mission) affidandomi il compito di assistere dei medici presenti nella raccolta dati anamnestici dei pazienti in fila con l’aiuto di un interprete. I migranti parlavano arabo, curdo, farsi, afghano e le file di persone con necessità di assistenza sanitaria erano infinite. La sera molti volontari si riunivano all’entrata di un motel a qualche km di distanza, si mangiava qualcosa, si discuteva su come collaborare e ai nuovi arrivati veniva spiegato come potevano rendersi utili.

Sono tornato una seconda volta cominciando a distribuire aiuti tenda per tenda. Quando si entrava in una tenda il tempo scorreva veloce, per la loro religione l’ospitalità è sacra, per delle persone bloccate ingiustamente davanti ad un muro i rapporti umani diventano un’esigenza; condividevano mandarini, noccioline, qualsiasi cosa avessero, spesso sbucava un bambino con una tosse strana e bisognava convincerli a portarlo nella tenda dei medici.

15403256_10211158491068644_291828535_nI volontari del campo spesso avevano una famiglia a cui erano più legati e con la quale c’era un rapporto di presa in cura reciproca. Per noi questo porto sicuro era Rasha, il marito, i quattro figli e il compagno di viaggio che li aiutava a vendere sigarette di contrabbando per racimolare qualche spicciolo. Loro, nonostante le nostre preghiere, ci aspettavano fino a notte per cenare. Quando ero stanco, demotivato o malato andavo a rifugiarmi nella loro tenda, Rasha è come una sorella, scaldava un the, portava delle coperte per potermi coprire, se fumavo capiva che anch’io ero più preoccupato. Mustafa invece passava tutto il giorno sotto un vagone a preparare il pane, dalla mattina alla notte: un giorno gli abbiamo procurato della cioccolata e ha fatto piadine per tutti i bambini che frequentavano le scuole. Mahmud ci invitò nel rifugio che aveva trovato per la sua famiglia, era una vecchia casetta per gli attrezzi e ci chiese aiuto per sistemare il tetto. Sami era un sarto curdo, costruiva aquiloni per i bambini con gli scarti delle tende abbandonate da chi era riuscito a partire. Basil e Mahmud giravano con una finta telecamera di legno e un taccuino per raccogliere storie: “ il mondo deve sapere che siamo delle persone che lavorano e sognano come tutti” dicevano. Nour e il marito Ahmad disegnavano, la loro tenda è una galleria di illustrazioni satiriche, trasmettevano sofferenza e dignità come solo i vignettisti arabi sanno fare. Emad ci ha parlato del kurdistan, del partito comunista che in Iran è perseguitato, del socialismo e di Togliatti; quella notte si sarebbe messo nelle mani dei contrabbandieri. Mohamed una notte vide che avevo freddo e mi regalò la sua bella giacca tedesca, mi ha imbarazzato accettarla ma non ho avuto scelta.

Prima di andarsene e di varcare quella maledetta frontiera si passa la notte a piangere, si fatica ad avvertirli che devi tornare alla tua vita normale, ci si vergogna, si fanno promesse e si scambiano i contatti.
15416068_10211158469148096_273003549_nQuest’estate, dopo lo sgombero forzato di Idomeni, siamo tornati per cercare i nostri amici nei campi governativi, capannoni di periferia spesso adiacenti a discariche, celati alla vista della popolazione e delle telecamere. Siamo dovuti entrare dal retro nascondendoci dalla polizia che non permette più ai volontari di lavorare in maniera indipendente, ma lì alcune ONG che erano state cacciate dagli stessi rifugiati lavoravano in maniera ingiusta, distribuendo aiuti solo per le poche famiglie che potevano in qualche modo ricambiare i favori.

Rasha ci aspettava anche lì; i quattro bambini, felici di rivederci, ci indicarono una bottiglia di Coca Cola che aspettava il nostro ritorno per essere aperta. La gioia di ritrovarci però non riuscì a mascherare a lungo la disperazione per una condizione che continuava a peggiorare. La sporcizia e i fuochi di fortuna, spesso alimentati con la plastica, deteriorano la salute dei loro figli, il più piccolo fatica a respirare, il secondo ha una mano ustionata e un’infezione agli occhi.

Il trasferimento forzato nelle strutture governative ha distrutto il fragile ecosistema che si era creato ad Idomeni, ha tolto ai profughi le ultime speranze, la possibilità di autogestirsi, di cucinarsi il cibo da soli, di autodeterminarsi. Molti a Idomeni piantavano la tenda tra i sassi dei binari, le pietre spaccavano la schiena ma era un gesto di protesta, una protesta che dava un senso ai mesi sprecati davanti ad un muro assurdo. Ora non rimane neppure quello.

La seconda volta mi sono preso molta più libertà e distribuivo vestiario e viveri: questa è stata una grandissima opportunità. Il giorno prima si chiedeva di cosa ci fosse bisogno e il giorno dopo avendo a disposizione dei magazzini ritornavamo tenda per tenda a distribuire ciò che avevano chiesto. Tranne le calzature che andavano a ruba. Mi è piaciuto un sacco passare più tempo del necessario con le persone, avendo un contatto umano e molto meno professionale, sono nate delle amicizie estremamente personali e questa esperienza mi è rimasta nel cuore. La notte, quando sapevo di dover portare cibo alle persone che stavano per partire, era qualcosa di straordinario il rapporto che si creava con loro. Ho cominciato un po’ a staccarmi dalla mia mansione, quindi ho iniziato a lavorare con loro, ho trovato un altro ragazzo che faceva il pane. Per quanto riguarda i bambini, chiedevano come arrivare in Macedonia, tutti volevano attraversare e capire come arrivarci, si ragionava in maniera legale o illegale sul come arrivare in Europa, ma questi quando arrivano in Europa che mondo trovano? Sarà veramente un destino migliore?

Da una parte c’erano conflitti etnici, gente con idee diverse che sostenevano diverse fazioni, curdi neutrali, coloro che sostenevano l’Isis, altri contro ecc… c’era sinergia tra le associazioni, poche lavoravano male, ma la maggior parte lavorava bene e nonostante tutto tante piccole associazioni si riusciva a gestire una grossa emergenza.

Si è passati da un campo a palazzoni ex industriali con amianto e ex scavi-discariche. È cambiato anche l’atteggiamento delle forze dell’ ordine

Se ti chiedessero di fare valigia, cestino, comodino di quest’esperienza?

Estrema condivisione. Era un luogo in cui si condivideva molto: lavoro, cibo, racconti, paure, speranze e progetti.

L’assurdità delle frontiere, muri di filo spinato attraverso i quali puoi intravedere il terreno che sogni di calpestare. Queste barriere diventano un’ossessione costante, un pensiero subdolo che monopolizza la mente delle persone e dei bambini.

Sono rimaste molte cose da fare.

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Se dovessi consigliare a qualcuno come approcciarsi ad un’esperienza simile, cosa consiglieresti?

Consiglio di cominciare ad informarsi sui gruppi Facebook dei volontari, ad esempio “Information Point for Northern Greece Volunteers” o “Rotta balcanica (rete italiana)”. Qui si trovano molte informazioni, ad esempio dove sono situati i campi, che lavori sono richiesti e che associazioni cercano volontari. Adesso la maggior parte dei profughi è stata ricollocata nelle strutture governative, quindi è importante appoggiarsi alle associazioni, contattarle già dall’Italia, capire in che campi lavorano e se hanno la possibilità di ospitare i loro volontari.

È un’esperienza scioccante,la cosa non si risolve in una settimana, è la via per la riflessione, ti prende e non ti abbandona se non con il tempo. È comunque difficile ricavare pochi giorni per quest’esperienza. L’alloggio è un problema, dipende molto dalla situazione se ci sono prefabbricati per volontari vicini ai campi, se ci sono alloggi lontani. Poi una cosa di dire è l’ambiente famigliare in cui ci si trova dopo un po’ di tempo che ti spinge a condividere anche la notte con loro.

Marco Cola