Potevo andare in Portogallo

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La Turchia finisce sui nostri Tg per le motivazioni sbagliate.
Voglio quindi raccontarvela attraverso i miei occhi, sperando di avvicinarla ai vostri cuori.
Nessun portoghese è stato maltrattato per la stesura di questo racconto.

Il giorno dell’assegnazione delle mete clerkship ero entrata in un’aula piena zeppa di aspiranti outgoings tenendo stretto un foglio di carta strappato alla meno peggio, come nelle migliori tradizioni di elenchi di desideri, scritti così di getto da non poter aspettare di trovare un vero taccuino. In quel foglio la Turchia era in quarta, forse quinta fila. La maggior parte dei colleghi in quell’aula non l’aveva scritta o forse l’aveva annotata in basso, giusto in un angolino, in quel posto riservato al “non si sa mai”, ma io no. Iniziare a tirare linee sui primi desideri che avevo espresso mi aveva messo tristezza, ma il mio nome non aveva tardato molto ad essere chiamato, e io e il mio foglio non avevamo avuto dubbi: Turchia.

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Traffico e Croazia

Mi ero innamorata così tante volte dell’idea di passare trenta giorni in Turchia e adesso che sono qui, già la odio: caldo, troppo caldo, in aeroporto niente wifi, la contact person bloccata in facoltà a causa di un professore, io rimasta da sola in aeroporto con un collega croato appena conosciuto e dall’aria troppo ottimista, senza nessuna informazione su come raggiungere insieme Edirne… se il buongiorno si vede dal mattino, chissà che mese!
Potevo andarmene in Portogallo.

Due ore dopo siamo su un autobus diretto ad Edirne, l’assistente del conducente ci offre un gelato alla vaniglia e una bizzarra acqua in scatola.
Chissà a chi è venuta quest’idea di inscatolare l’acqua, è geniale.
Mi addormento.
Apro gli occhi.
Siamo ancora qui, stessa strada, duecento metri più avanti, eppure l’orologio dice che sono passate due ore. Com’è possibile?
Dino, il mio nuovo amico croato, mi spiega che Istanbul è una delle città con il traffico più congesto al mondo, l’ha letto da qualche parte; scoprirò presto che lui ha letto sempre tutto da qualche parte, “Dino knows everything, he’s Croatian”.
Ancora sonno.
Terza fermata.
Ho voglia di scendere, voglio sgranchirmi le gambe, meglio chiedere all’autista quanto tempo rimarremo fermi qui.
“Ok” mi risponde.
Ripeto la domanda.
“Ok” di nuovo.
Dino mi informa che in Turchia sono in pochi a parlare l’inglese fuori dalle università e dalle grandi città, l’ha letto da qualche parte.

Doctor Nihail

Oggi andremo in ospedale per il primo giorno. Ho scelto Ginecologia e non so cosa aspettarmi, l’ho scelta solo per capire se mi piace, perché non ci avrei messo piede fino a sesto anno e volevo farmi un’idea con largo anticipo.
“Trakya Universitesi Hastanes Kadin Dogum” dice il cartello. Aspettiamo la tutor.
Aspettiamo la tutor per ore.
Sono insieme a Nergis, una ragazza dal tono di voce così basso che mi ricorda gli anni in cui affrontavo gli altri pensando che potessero mangiarmi in un sol boccone come fossi un piccolo insetto. Sarà per questo che mi ispira simpatia anche se stiamo spesso in silenzio.
Non parla benissimo inglese, ma è abbastanza brava con la lingua turca.
Io ancora non lo so, ma mi aiuterà molto.
“Doctor Nihail is here”. La mia tutor. Avevo spesso parlato con professori e assistenti nella mia facoltà, ma mai nessuno mi aveva rivolto tante attenzioni.
Cosa ti aspetti da questa esperienza Maria? Cosa vorresti che ti desse il mio reparto in questo mese? Vorrei provare a farti portare a casa ciò per cui eri partita.
Ho un attimo di esitazione. Sa che sono la stessa studentessa lasciata dai suoi colleghi a reggere i muri per interi  turni di tirocini? Che le prende adesso? Da dove salta fuori questa gentilezza?
Non immaginavo neanche tutte le volte in cui quella donna avrebbe fermato l’aiuto chirurgo dal dare un punto, solo per farmi vedere bene il movimento, per mostrarmi il colore, per spiegarmi la differenza rispetto all’intervento del giorno precedente.
In questa sala operatoria siamo tutte donne. Sono la più giovane, ma non credo che loro passino di molto i quaranta. Prima di preparare il campo operatorio si sceglie sempre quale musica mettere su, e sono felice che nessuno mi chieda di scegliere una canzone italiana, è sempre imbarazzante non sapere chi ha scritto “L’italiano”, o sentirsi chiedere Laura Pausini, ma alla fine non riescono a trattenersi dal parlarmi di Armani e Prada e arrossisco ridendo: sono davvero impreparata per questo tipo di ‘interrogazioni’ ma, dopo tutto, sono italiana, potevano farmi domande peggiori.
L’ospedale è vecchio, un po’ più vecchio di quello della mia università, nessuno parla inglese tranne la mia tutor, e nonostante la turnazione decisa inizialmente, sgattaiolo via dagli ambulatori in cui Nergis e Meliksah sono il mio unico collegamento tra vista e udito, e corro in sala operatoria.
Eppure un giorno l’ambulatorio mi insegna qualcosa di vero, mi insegna che anche se hai trent’anni e sei sposata da quattro mesi, qui, tuo marito può lasciarti e chiederti l’addebito del divorzio perchè non “gli hai dato” figli; mi insegna che nonostante tutti gli esami dimostrino che non hai nulla che non vada bene, forse il tuo medico non ti aiuterà, forse ti urlerà forte fino a farti piangere, e nessuno farà nulla per te. Forse la tua cartella clinica verrà strappata mentre torni a casa e quella visita non sarà mai esistita. Per me sì. Meliksah mi traduce tutto e l’unica cosa che posso fare è portare l’episodio con me, in silenzio, sperando che mi renda un medico migliore di quello che oggi doveva insegnarmi a leggere le ecografie.
In Portogallo le avrei imparate.

Il parto naturale

Oggi ho saltato il pranzo. Aspettiamo un parto naturale da cinque ore, e il bambino non vuole saperne. Ho fame, ma se vado via chissà quando mi ricapita! Quando provo a seguire un parto naturale ho sempre difficoltà: le infermiere non mi capiscono, gli interni non mi capiscono, non saprei tornare più in quest’ala dell’ospedale, e i cesarei sono diventati noiosi: ti giri per un secondo a guardare il monitor dell’anestesista e ‘Plop’, ‘Gnuaaaa’, il bambino è già uscito e te lo sei perso. Perché poi tutta questa fretta?!
Otto ore di travaglio.
Ege mi spiega come fare il tracciato e mi fa provare. Mi tremano le mani, assurdo, per una cosa così facile. La ragazza a cui lo faccio è poco più piccola di me.
Il momento arriva e mi chiamano dall’altra stanza, “Maria Maria, the baby!”; non ci provo neanche più a insegnare la pronuncia del mio nome intero, odio sentirmi chiamare Maria, ma sarò Maria per tutto il mese, per tutti.
Chissà che sala parto mi aspettavo, invece giriamo l’angolo della stanza, oltrepassiamo un pannello divisorio e siamo arrivati: partorirà proprio qui.
C’è caldo, la signora urla fortissimo, sangue ovunque, spero di non svenire, che figuraccia farei… Sta seriamente facendo scendere tutti i santi, o profeti, insomma quelli.
Il bambino piange.
E piango pure io.
Ci si sente molto stupidi, ma anche molto piccoli, a veder iniziare una vita.
Oggi sono spettatrice in punta di piedi di uno dei giorni più importanti della vita di queste persone, piango insieme a loro, ladra di un’emozione che non era mia, ma che finisce per appartenermi.

Quattrocento lire per fare il giro del mondo

Edirne. Questa sconosciuta sta diventando casa mia. Una città incredibilmente sottovalutata, piena di storia. In bici lanciamo la sfida a chi raggiunge per primo la Grecia. Aspetta, aspetta, qualcuno alza la voce dal fondo del gruppo: le frontiere per me esistono ancora ragazzi! Decidiamo di non lasciare nessuno indietro e rimanere al di qua del fiume. A volte cento metri bastano a farti cambiare punto di vista.

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Weekend a Pammukale. National social program, che rinominerò “se-non-partecipi-sei-pazzo”: conosco altri cinquanta outgoings, ognuno sta vivendo città diverse e mondi diversi.
In Turchia ogni cento chilometri tutto cambia.
Ognuno di noi proveniva poi da città diverse e mondi diversi, e presto scopriamo che un’ora su questo bus, spesa bene, vale più di tanti anni di viaggi puntigliosamente organizzati.
Arriviamo. Distese di carbonato di calcio e acqua salata a perdita d’occhio. Indescrivibile. Poi Izmir, di notte. Fila all’ingresso della discoteca. Whisky sour. Chitarre sulla sabbia e racconti fino all’alba.
Chissà come avrei passato questa notte in Portogallo.

Edirne.
I giorni qui sono strani, la settimana passa lentamente, è routinaria: ospedale, piscina o passeggiata in bici fino in Grecia, musica balcanica, cai e tavla in bar con strani tubicini da cui esce vapore freddo e incapace di rinfrescarti.
Mi annoierei a passare qui anche i weekend; non sono un tipo da routine neanche in Italia.
Laura la pensa come me, è di Madrid, e ci divertiamo a parlare una lingua perfettamente a metà tra l’italiano e lo spagnolo. Se avessimo più tempo diventerebbe una di quelle amiche che potrei chiamare perfino alle tre di notte, invece un mese non basta per legare davvero, ed è sufficiente solo a farti desiderare di avere più tempo. Non pensavo che avrei provato questo desiderio, invece mi mancheranno tutti, anche quelli con cui non ho nulla in comune… Dino, amante degli aerei e knows-everything, Laura, che mi insegna come ballare il reggaeton, Jihene, che mi tranquillizza la prima notte in cui mi sveglio di soprassalto al salmodio del muezzin – 5:30 a.m. ora locale – me ne traduce le parole e risponde pazientemente a tutte le mie domande, e poi Nergis, Vera, Anastasjia e Anastasia, che si pronunciano in modo totalmente diverso, Rasvan, Meliksah… ognuno di loro porta qualcosa di indispensabile a questo improvvisato gruppo di amici.

Sono di nuovo su un bus. Venti ore di traversata fino ad Antalya.
Il sedile è sporco, il caricabatterie non funziona, ho comprato il biglietto tardissimo e sono finita in ultima fila.
Sarà un lungo viaggio.
Ci cambiamo i vestiti in un’area di servizio nel bel mezzo del nulla, chissà dove siamo, maps nemmeno funziona.
Se il mio collega Alfonso fosse qui, so già cosa direbbe: “Bella mè ti lu cerchi tu lu disagio, ti nni putiavutu iri in Portogallo, idda no, Turchia” (ndr. dialetto di Ribera, AG, “Mia bella, te lo cerchi il disagio, saresti potuta andare in Portogallo, ma lei no, Turchia”).
Entro nel bagno, siamo solo io e un tappeto di donne anziane col chador e non mi sono mai sentita tanto fuori posto in vita mia.
É uno di quei momenti in cui ti aspetti che tutti si girino a guardarti, ma nessuno lo fa, ed è forse anche peggio. Nessuno mi vede. Mi scavalcano in fila, una dopo l’altra, come se non esistessi.
Ho paura che il bus riparta. Me ne vergogno, ma alzo la voce per guadagnarmi il turno e poco dopo torno a sedere sul bus.
Continuo a pensarci e ripensarci, senza capire le ragioni della mia invisibilità; chissà se esiste una spiegazione.

Arriviamo ad Olympos con un pulmino sgangherato: hanno fissato una sedia di plastica bianca al posto di un sedile, con dei chiodi. É divertente. Casette di legno arrangiate alla buona: la doccia si apre in piena stanza, per esempio. La corrente elettrica va via ogni tanto, senza preavviso. Per raggiungere la spiaggia si deve camminare tanto, attraverso una riserva naturale piena di rovine di vecchi anfiteatri; nessuno ne conosce la storia, e mi riprometto di cercarla. Non l’ho ancora fatto. L’acqua è gelida, il panorama è unico.
Al tramonto, ogni sera, un gruppo di ragazzi fa yoga fino a notte, ci invitano ad unirci a loro.
L’ultimo giorno facciamo una gita in barca: è il giorno più divertente di tutto il weekend. Musica internazionale. “Niente alcolici sulla mia barca”. Tuffi e GoPro. Scopro che i Serbi hanno delle parole create appositamente per gli stranieri, non significano niente, sono  solo degli insiemi di suoni che un italiano non saprà mai pronunciare. Ridiamo tutti.

Cappadocia. Io e la natura. Nessuno mi crederà quando racconterò di aver camminato così tanto in mezzo a una distesa di rocce sotto il sole. Mi sta anche piacendo tanto. Sento che sto perdendo una parte di me. C’è la storia di un popolo racchiusa dentro questi ammassi di calcare, e tutti ne percepiamo la magia. Andiamo al Traditional Dinner: musica, danza del ventre, sufismo e danza roteante, cibo, raki.
Wake up Maria, wake up, it’s very late!

Istanbul never sleeps, Aye

IMG_3687Prenotiamo un ostello a Taksim, perché vogliamo andare a ballare ogni sera ma spendere poco. Sette euro a notte. Ho i brividi all’idea, finiremo in qualche tugurio secondo me. Infatti è un posto introvabile: prima di arrivare camminiamo per chilometri, che sulla carta dovevano essere 200 metri.
Arriviamo. Scala a chiocciola ripidissima e poi i dormitori, dai, pensavo peggio!.
Girovaghiamo il più possibile, ancora a piedi.
Ortakoy, crociera sul golfo, poi di nuovo Istiklal Street e Taksim.
É l’ultima sera di Laura in Turchia. Eski Beirut e atmosfera Erasmus.
Forse una parte di me rimarrà qui per sempre.
Sultahanamet. Hagia Sophia. Moschea blu.IMG_3688

Le moschee, durante questo mese, hanno esercitato su di me un fascino che ancora non mi spiego. Non so se per le decorazioni artisticamente perfette, che incontrano sempre i miei gusti in modo nuovo e sorprendente, se per il silenzio, di tanto in tanto spezzato da flebili voci che recitano frasi che non comprendo, o per la sensazione di pace e allo stesso tempo vitalità che si respira nei loro giardini. La gente qui sorride, ed è felice di vederti entrare con gli occhi scemi di un turista; a nessuno importa che tu non sia lì per pregare, e io mi avvolgo in modo impacciato in ciò che mi danno all’ingresso ed entro, ogni volta. Mi chiamano “quella delle moschee”, perché le scovo tutte io, ma poi se ne innamorano anche gli altri, e ci rimaniamo dentro per delle ore.
Poi di nuovo fuori, lontani anni luce da quel silenzio.

Oggi è il mio ultimo giorno qui. Esco presto dall’ostello, non voglio sprecare un secondo di più. Seguo Jason, affascinata da come trovi sempre almeno tre percorsi alternativi per raggiungere uno stesso posto. Stradine strette e affollatissime mi portano fino ad una delle terrazze più alte di Istanbul. La nostra immagine allo specchio dell’ascensore è fantastica, ma ci fa ridere e nessuno dei due si trattiene. Bira bes liras. Qui non vengono i turisti. Usciamo. Arriviamo in un bar che sembra esser stato ricavato dallo sgabuzzino di un vecchio appartamento. Musica dalla Tanzania e amici da tutto il mondo.
Istanbul è la città in cui avevo sognato di vivere.
Di dove sei? Istanbul.
Anch’io.
Anch’io.
Tutti sono di Istanbul e nessuno lo è davvero.
Forse Istanbul è tutto il mondo.
Qualcuno arriva qui per sbaglio, qualcuno per vacanza, qualcuno insegue sogni, qualcuno scappa da miserie che trova a stento la forza di raccontarti.
Non sarò mai più la stessa persona.
Taxi alle tre del mattino, non conosco la meta e il tassista sembra girare a vuoto, ma mi sento al sicuro. La città attraverso lo specchietto è infinita e noi siamo un piccolo punto in una distesa di luci, inghiottiti e invisibili.

Non voglio tornare a casa, restiamo qui.

Se incontrate qualcuno che non abbia fatto la promessa di tornare in Turchia mentre era lì, stava mentendo allora o sta mentendo adesso.

Forse l’anno prossimo andrò in Portogallo.

Mariachiara Ippolito